mercoledì 21 novembre 2018

L'artista più pagato del mondo ha 82 anni, fuma 40 sigarette al giorno e dipinge con l'iPad

Portrait of an artist (pool with two figures)
David Hockney ha messo a segno un altro colpo. Quando il martelletto del battitore di Christie's a New York ha chiuso l'asta a 90.312.500 di dollari (79.708.155 di euro) assegnando a un anonimo collezionista il suo dipinto Portrait of an artist (pool with two figures), l'ottantaduenne pittore britannico è diventato l'artista vivente più caro al mondo. Nessuno aveva mai raggiunto una cifra simile: Jeff Koon, che poteva vantare fino a giovedì sera il titolo, si era fermato ai 58,4 milioni di dollari tirati fuori dal portafogli nel 2013 dal miliardario americano Peter Brant per Orange balloon dog, un enorme cane arancione in acciaio inossidabile largo quattro metri e alto tre creato nel 1994.
Tre metri è anche lunga la tela di Hockney: realizzata nel 1972 per la critica è forse l'opera più rappresentativa di tutta la sua produzione. Il dipinto raffigura due uomini: uno che nuota in una piscina e l'altro vestito in piedi sul bordo della vasca che lo osserva, immersi in un paesaggio verde che ricorda quello del sud della Francia. Il personaggio in piedi è il fidanzato dell'artista, il pittore statunitense Peter Schlesinger con il quale ruppe proprio durante la realizzazione dell'opera; quello in acqua è lo stesso Hockeny che visse male la fine della relazione portandolo verso un periodo di solitudine e depressione. Emblematica anche la piscina: soggetto ricorrente nelle opere dell'artista britannico è simbolo della vita edonistica delle ville americane che aveva frequentato, ma anche specchio e punto di partenza per affrontare temi ben più complessi, come, ad esempio la libertà e l'omosessualità. La sua è una sfida al modo occidentale di rappresentare il mondo: con uno stile apparentemente semplice ostenta la spensierata atmosfera californiana e fissa sulla tela un istante che diventa eterno; così la vita di Hollywood si trasforma in natura morta.

sabato 10 novembre 2018

Pendulum, merci e persone in movimento #MAST

Helen Levitt

 Si guardano in faccia. Il linguaggio del corpo racconta di una lei in posizione dominante, con il sopracciglio alzato e una piega della bocca sarcastica. Lui, con le braccia conserte in segno di chiusura, sostiene comunque lo sguardo della signora. Forse la coppia aveva discusso, ma la fotografa Helen Levitt ha immortalato l’uomo e la donna, a loro insaputa (scattava con la macchina nascosta sotto l’impermeabile), seduti in un vagone della metropolitana di New York mentre in silenzio, con gli occhi, comunicano tra di loro. Era il 1975.
Jacqueline Hassink
Nel 2017 gli occhi dei passeggeri del metrò non comunicano con gli altri viaggiatori: sono chini su uno smartphone, troppo presi dall’oggetto elettronico per trasmettere il proprio stato d’animo a chi sta loro vicino. Gli scatti di Jacqueline Hassink, raccolti tra il 2010 e il 2017, documentano il voluto isolamento dei pendolari dei nostri giorni. Nella sua video installazione l’artista olandese dimostra come ognuno di loro - di noi - si muova verso la propria destinazione - il posto di lavoro, la scuola - e nello stesso tempo compia un perenne viaggio virtuale per il quale non è prevista alcuna fermata. 

domenica 28 ottobre 2018

Giulio Paolini e la ricerca del Bello ideale (l'arte concettuale è più semplice di quel che appare)

Giulio Paolini e le sue fonti di ispirazione. La mostra del Bello ideale appena inaugurata alla Fondazione Carriero di Milano illustra il percorso introspettivo del maestro, indiscusso pioniere dell’arte concettuale, interrogandosi se questo oissa essere costituito da un'unica opera continua, una costante variazione originata dal suo primo lavoro Disegno Geometrico del 1960 con la squadratura a inchiostro della superficie di una tela dipinta a tempera bianca. Questo gesto preliminare di qualsiasi rappresentazione rimarrà il punto di “eterno ritorno” dell'universo di pensiero paoliniano: momento topico e istante originario che rivela l'artista a se stesso, rappresenta il fondamento concettuale di tutto il suo lavoro futuro.

venerdì 26 ottobre 2018

Le provocazioni degli "scugnizzi inglesi" che rivoluzionarono l'arte (da Gilbert&George a Damien Hirst)

Damin Hirst, Problems
Napoli. Palazzo Zevallos è un magnifico edificio del Seicento nel cuore di Napoli. I proprietari avrebbero preferito che la loro dimora fosse realizzata nei Quartieri Spagnoli, ma essendo troppo affollati dovettero ripiegare su via Toledo, «la strada più popolosa e allegra del mondo», come la definì Stendhal. E anche tra le più "focose": nel corso dei tumulti popolari del 1647, l' edificio venne preso d' assalto e dato alle fiamme.
«Una torcia accesa per la nostra mostra», avrebbe detto Gary Hume di fronte a quelle scena. Lui, insieme ad alcuni compagni di studio in uno dei college più prestigiosi di Londra, il Goldsmith, fondarono alla fine degli anni Ottanta il gruppo Young British Artist. Capeggiati da Damien Hirst (quello dello squalo immerso nella formaldeide, delle vetrine con pillole o strumenti chirurgici, dei "mandala" costituiti di farfalle, del teschio ricoperto di diamanti), quei giovani artisti erano dei provocatori bisognosi di esplodere come meteoriti in rotta di collisione con la Terra. Cresciuto nello York-shire operaio, tra educazione cattolica e vinili dei Sex Pistols, tra un arresto per taccheggio e l' altro, fu proprio Hirst ad ideare e promuovere la prima mostra degli youngbrit che si svolse nel 1988 negli ex uffici portuali della Londra. Volle chiamarla Freeze perché l' obiettivo doveva essere quello di stupire, colpire, in una parola, congelare. Il caso volle che proprio il giorno dell' inaugurazione, scoppiò un incendio in un caseggiato vicino alla sede espositiva. A Gary Hume sembrò un presagio e pronunciò la famosa frase: e davvero la mostra fu la miccia che fece esplodere una nuova modalità di espressione, aggressiva nella sua volontà comunicativa, riflesso di una posizione spesso causticamente cinica nei confronti della società.

giovedì 25 ottobre 2018

La "città irreale" di Mario Merz diventa realtà dopo 50 anni #Igloos


La “città irreale” di Mario Merz è diventata realtà. Ci si può camminare e ci si può perdere: tanto c’è da vedere, tanti sono i messaggi da cogliere. Una passeggiata in solitaria sarebbe il massimo, ha suggerito la figlia Beatrice presidente della Fondazione Merz. E in effetti camminando senza fretta attorno ai trenta igloo sistemati nelle Navate e nel Cubo del Pirelli HangarBicocca i pensieri sono davvero molti: quelle strutture architettoniche sferiche delimitano uno spazio, un territorio ma nello stesso tempo offrono allo sguardo del visitatore l’interno; la forma è la stessa per tutti, ma ognuna di quelle “capanne” è unica come l’essere umano; ci si può girare attorno percependo il moto circolare del tempo; è un “ventre”, diceva Merz, dal quale possono nascere delle cose. 

giovedì 18 ottobre 2018

Quel rivoluzionario di Picasso che si ispirava all'antico

Anche l’antico un tempo è stato moderno. Lo sa bene il rivoluzionario Pablo Picasso distruttore del Bello canonico. Proprio in quell’antico il maestro spagnolo scoprì le forme adatte alla metamorfosi dei codici della pratica artistica accademica che lo portarono nel 1907 a inventare le Demoiselles d’Avignon, opera riconosciuta come il manifesto di una nuova estetica. Le radici, il passato sono gli elementi ricorrenti e costanti della sua poetica e del suo fare artistico: ha assorbito e fatto suo il mondo antico, quello del Mediterraneo, di Grecia, Spagna, Italia, Cicladi e Cipro. Ha indagato miti e mitologia; ha reinterpretato divinità, fauni, satiri, ninfe e menadi dando loro dolore, gioia e vita. Egli stesso è entrato nell’Olimpo nelle vesti di Pan dopo essere stato Zeus.

giovedì 11 ottobre 2018

Così Leonardo da Vinci preparò l'Ultima Cena

L'Ultima Cena di Leonardo da Vinci oggi risulta un'immagine così familiare che quasi viene data per scontata. Invece entrare nel Refettorio del Convento Domenicano di Santa Maria delle Grazie a Milano e trovarsi davanti a quel dipinto, alla sua profonda vulnerabilità e al suo giganteggiare sempre più sulle proprie disgrazie (a cinquant'anni dalla realizzazione Giorgio Vasari notava come fosse diventato una macchia indistinta di colori a causa dell'umidità; sfuggì miracolosamente alla distruzione di gran parte del convento e dello stesso Refettorio durante la Seconda Guerra Mondiale; poi sopravvisse alle condizioni proibitive cui fu abbandonato per mesi prima di essere messo in sicurezza) è un'esperienza quasi mistica. Nella penombra in cui viene conservata la grandiosa opera sembra possibile vedere Leonardo al lavoro, mentre prepara la parete con due strati di calcina fresca e si prepara ad usare tempera e olio di lino come se stesse realizzando un piccolo dipinto su tavola. E intorno a lui i disegni preparatori, gli studi dei particolari, gli schizzi della composizione.
Oggi quei preziosissimi fogli sono ritornati nel Refettorio di Santa Maria delle Grazie e l'emozione di vederli "dialogare" con l'opera finita è grande.


lunedì 8 ottobre 2018

Banksy in attesa della mostra non autorizzata di Milano: il primo sucidio di un'opera d'arte in diretta

L'autodistruzione della "Bambina con il palloncino"
«Aggiudicata». Non appena il battitore di Sotheby's a Londra ha pronunciato la parola magica, con il martello che inchiodava il prezzo finale stratosferico a 1.042.000 sterline (si partiva da 200mila), l'opera si è autodistrutta. La tela di Banksy "La bambina e il palloncino" appena comprata da un anonimo collezionista al telefono ha cominciato a scivolare dietro il vetro per finire sezionata in tante striscioline da un tritadocumenti nascosto nella parte inferiore della pesante cornice. Le facce di chi era presente a questo coup de théâtre alla Contemporary Art Evening Sale descrivono chiaramente lo stupore, la paura, ma anche la consapevolezza di essere testimoni del primo suicidio di un'opera d'arte in diretta.
Non era mai successo nella storia, e non sorprende che uno degli scherzi più audaci nella storia dell'arte l'abbia messo in campo Banksy, il "terrorista dell'arte". Non è chiaro se l'artista fosse presente in sala ed abbia azionato egli stesso, con un telecomando, il meccanismo nascosto. Poco dopo l'incidente, un uomo vestito di nero con cappello e occhiali da sole è stato visto discutere animatamente con le guardie all'ingresso della casa d'aste.
Quel che è certo è che Banksy ha pubblicato la scena sul suo profilo Instagram - l'unico canale social che usa per far conoscere le sue opere - commentando soddisfatto il suo ennesimo sberleffo al criticato mercato dell'arte: «Going, going, gone...», «Sta andando, sta andando, andato...».
Per poi pubblicare un video in cui svela il micidiale meccanismo con la frase di Picasso: «La voglia di distruggere è anche un desiderio creativo».

venerdì 5 ottobre 2018

Il reportage di Tanzini sul mercato Tsukiji che verrà smantellato per le olimpiadi

© Nicola Tanzini, TokyoTsukiji
Domani, 6 ottobre,  le ruspe entreranno in azione a Tokyo e distruggeranno per sempre uno dei suoi simboli: il mercato di Tsukiji, tempio delle aste mondiali del tonno, dove vengono vendute ogni anno 700mila tonnellate di pesce. Un posto “magico”, frequentato dagli addetti ai lavori (lì sono i venditori di pesce che scelgono i clienti, non il contrario) e dai turisti di tutto il mondo, che il fotografo italiano Nicola Tanzini è riuscito a immortalare prima che venga definitivamente smantellato per far posto a un parcheggio per le Olimpiadi del 2020.

giovedì 20 settembre 2018

Marina Abramović: «Sono figlia di partigiani. Ho allenato il mio corpo»

L'indice sulla fiamma della candela è annerito, segno che è già da un po' che il fuoco brucia la carne viva. Ma non ci sono smorfie di dolore sul volto. Gli occhi, seppur arrossati, non tradiscono sofferenza. Marina Abramović è concentrata e guarda dritto negli occhi chi le sta davanti. Ha scelto questa immagine per la mostra, la sua prima retrospettiva italiana, che apre oggi 20 settembre a Palazzo Strozzi, Firenze. L'ha voluta chiamare The Cleaner (che si traduce in addetto alle pulizie). A 71 anni d'età e mezzo secolo di attività artistica alle spalle la "Signora delle performance" spiega così il titolo: «Come in una casa: tieni solo quello che ti serve fai pulizia del passato, della memoria, del destino». Quel che resta è l'agiografia di una delle artiste più controverse che con le sue opere ha rivoluzionato l'idea di performance mettendo alla prova il proprio corpo, i suoi limiti e le sue potenzialità di espressione. Marina Abramović ha saputo unire come pochi altri una ricerca d'avanguardia a una popolarità andata oltre i confini classici del sistema dell'arte:  riflettendo sulla propria vita, da sempre ha portato alla ribalta temi cruciali, che ci riguardano tutti, riuscendo a comunicare come nessun altro artista col presente, interpretandone le contraddizioni e le urgenze.
Anche questo è uno dei temi che fino al 20 gennaio la mostra di Palazzo Strozzi prova a raccontare attraverso video, fotografie, dipinti, oggetti, installazioni e la riesecuzione dal vivo di sue celebri performance da parte di attori selezionati e formati (ma chissà se pagati il giusto).

martedì 21 agosto 2018

"Sono Fernanda Wittgens", la donna che salvò i capolavori di Brera dai nazisti e dalle bombe

Se la Pinacoteca di Brera è uno dei musei più importanti e visitati in Italia lo si deve soprattutto a una donna. Una donna coraggiosa, determinata e innamorata dell'arte che non si risparmiò per salvare, acquistare e rendere fruibili a tutti i capolavori che oggi i visitatori di tutto il mondo possono ancora ammirare. Lei è Fernanda Wittgens, la prima soprintendente a ricoprire il ruolo di dirigente di un importante museo fino ad allora ad esclusivo appannaggio degli uomini:  «una donna», per dirla con le sue parole, «a cui il destino ha dato compiti da uomo, ma che li ha sempre assolti senza tradire l'affettività femminile».

sabato 21 luglio 2018

Agostino Bonalumi e la sua arte flessibile

Struttura modulare bianca 1970
Un cartello posto all’ingresso avverte il visitatore: «Questa mostra è dedicata a Luca Lovati». Non poteva essere altrimenti e Agostino Bonalumi (1935-2013) a cui è dedicata la bella antologica che inaugura oggi a Palazzo Reale sarebbe stato assolutamente d’accordo: il nome del suo storico assistente - morto lunedì scorso cadendo da una scala mentre allestiva la mostra - accostato al suo dà la possibilità a chi si sofferma davanti alle sue incredibili opere di capire il grande lavoro che c’era dietro.

John Bock, l'artista serial killer che ti invita sulla scena del crimine


Il teatro dell’assurdo firmato da John Bock va in scena negli spazi del Podium della Fondazione Prada a Milano. Assurdo e caotico lo definirebbe chi si trova per la prima volta davanti alle opere (si possono chiamare così?) dell’artista tedesco noto per le performance che lui chiama «lectures» (parodie di presentazioni accademiche che si svolgono in ambienti allestiti con oggetti di uso quotidiano, materiali trovati e di scarto, mobili e altri elementi disposti a formare universi illogici, in cui i visitatori sono invitati a partecipare). A prima vista tutto ciò appare senza senso, ma in realtà il lavoro di Bock è sempre molto lucido e rigoroso: attraverso un personalissimo collage, supera e reinventa i tradizionali confini della storia dell’arte vampirizzando i generi, con la conseguenza che dipanare il bene e il male diventa impossibile impossibile.

lunedì 2 luglio 2018

Eugene Smith e il suo viaggio all'inferno

 «Non ho mai scattato una foto, buona o cattiva, senza che mi provocasse un turbamento emotivo». Questa dichiarazione riassume il concetto di fotografia per William Eugene Smith (1918-1978), che volle e riuscì a fondere nella sua persona l'artista e il reporter. A lui non bastava realizzare il servizio: il suo obiettivo era quello di sovrapporre alla mera documentazione di aspetti crudi e dolorosi della realtà la sua visione creativa così da elevare la condizione umana ad una dimensione epica.
Non credeva alla obiettività del fotografo. Dichiarava pubblicamente di non accontentarsi di «registrare i fatti», voleva darne una giusta interpretazione così da «simbolizzare l'universale». E ci riuscì: attraverso i suoi scatti, Smith è riuscito a raccontare storie di vita toccando le emozioni e la coscienza degli spettatori.
Lo dimostra la mostra in corso alla Fondazione Mast di Bologna a cura di Urs Stahel, la prima in Italia interamente dedicata a Smith e alla sua monumentale opera realizzata a partire dal 1955 a Pittsburgh, all'epoca la principale città industriale del mondo. Il progetto, considerato da lui stesso l'impresa più ambiziosa della propria carriera, segnò un momento di svolta nella sua vita professionale e personale.

venerdì 29 giugno 2018

Faccia al muro: i "lati b" delle tele raccontanto un'altra storia dell'arte

L'opera di Gijsbrechts (1670-75)

Tra il 1670 e il 1675, il pittore Cornelius Norbertus Gijsbrechts dipinge a olio per la prima volta nella storia dell’arte qualcosa che mai era stato ritenuto degno di essere raffigurato. Non una scena religiosa, non il ritratto di un nobile committente, non un interno, non un paesaggio e nemmeno una natura morta: lui sceglie di raffigurare il retro di un dipinto sul davanti di una tela. Lo fa nei mimimi particolari avendo cura di riprodurre le venature del legno sul telaio, creando zone d’ombra che naturalmente si sarebbero prodotte dallo spessore delle assi. Non solo: rifà la fitta connessione tra trama e ordito della tela, i chiodi nei minimi dettagli e perfino un piccolo cartellino d’inventario solo parzialmente attaccato alla superfici.
Si tratta decisamente di un’opera fuori dall’ordinario per la pittura dell’epoca non solo perchè è libera da ogni contestualizzazione ma anche perchè diventa un particolare «trompe-l’oeil» che non inganna l’occhio con un’immagine ma con ciò che ci dovrebbe essere dietro l’immagine innescando così una meditazione sul concetto di «non visibilità» che innalza l’oggetto ritratto alla dignità di protagonista.
La scelta trasgressiva del soggetto rappresenta inoltre la prima manifestazione assoluta e integrale di un gesto autoriflessivo della pittura, un iniziale ed eversivo tentativo di pensare all’arte come a un medium che pensa a se stesso e alle sue strutture nascoste generando così un nuovo linguaggio.

sabato 2 giugno 2018

Adelita Husni-Bey, l'educazione libertaria diventa arte

Adelita Husni-Bey (Milano, 1985) è un’artista e un’esperta di pedagogia interessata a tematiche che spaziano dall’anarco-collettivismo al teatro, dalla giurisprudenza agli studi  sullo sviluppo urbano che ha lavorato in svariati contesti con attivisti politici, architetti, giuristi, scolari, poeti, attori, urbanisti, fisioterapisti, atleti, insegnanti e studenti, concentrandosi sulla decostruzione della complessità del concetto di collettività. Ha rappresentato l'Italia alla Biennale d'Arte di Venezia del 2017 e venerdì (8 giugno 2018) inaugura una interessante retrospettiva sulla sua eterogenea produzione alla Galleria Civica di Modena, nella sede della Palazzina dei Giardini. "Adunanza", a cura di Diana Baldon e Serena Goldoni, propone infatti gli ultimi dieci anni di lavoro tra video, installazioni, opere pittoriche, serie fotografiche,  disegni e lavori su carta.

venerdì 1 giugno 2018

L'Arcipelago Italia alla Biennale di Venezia #Architettura

Otto monumentali libri sono spalancati dentro le Tese delle Vergini dell'Arsenale, a Venezia. Pagine di una guida turistica che racconta itinerari inediti del Belpaese: attraversando l'arco alpino e la dorsale appenninica fino alla Sardegna si scoprono progetti di architettura contemporanea, ma anche borghi storici, cammini, paesaggi e parchi naturali che descrivono i territori interni, quelli meno conosciuti, quelli più interni, ma ricchi di qualità e valore. Si apre così il nostro Padiglione alla XVI Biennale di Architettura che ha appena spalancato le sue porte al pubblico. Il curatore Mario Cucinella, l'ha chiamato «Arcipelago Italia» ed è un vero e proprio insieme di piccoli comuni e città che, ha spiegato lo stesso Cucinella, «nella storia hanno rappresentato i nodi della produzione culturale, in altre parola il Dna italiano».

mercoledì 23 maggio 2018

Il filo rosso che lega la storia dell'arte

Cascina Pozzobonelli
Sperduta in una mareggiata di automobili e di divieti di sosta, sul fianco della Stazione Centrale di Milano c'è quel che rimane di ciò che un tempo era una residenza di campagna. È la Cascina Pozzobonelli: un bel porticato dove si è insiediata, tra condomini, alberghi e night club, una colonia di gatti, gli unici che sembrano apprezzare gli equilibri di quell' architettura classica, lascito di cultura quattrocentesca e bramantesca in questa metropoli proiettata nel futuro. E proprio in quel portico, pressoché ignorato da turisti e milanesi, c'è un affresco importantissimo che racconta l'aspetto originario del Castello Sforzesco, con la Torre del Filarete crollata nel 1521 per colpa di un'esplosione nel deposito di munizioni nel castello stesso. Fu su questa immagine che l'architetto Luca Beltrami si basò - fra il 1892 e il 1905 - per ricostruirla. Insomma, il castello attuale non sarebbe così come è oggi se non ci fosse stata la Cascina Pozzobonelli.

lunedì 23 aprile 2018

Scritte sui muri dell'università #ManuInvisible

Niente di nuovo sotto il sole. Oggi come ieri le novità spaventano, vengono criticate, ostacolate, ma alla fine quando sono metabolizzate, trovano apprezzamento e pure promozione. La storia si ripete: nonostante le polemiche quello che prima veniva giudicato come scandalo spesso trova legittimazione nel godimento comune. Parliamo di arte, di artisti e modi di comunicare che lasciano spiazzati, che contrappongono entusiasti e denigratori, e che poi si impongono nel gusto popolare riscuotendo successi.
Pensiamo a Gustav Klimt. Era il 1894 e il ministero per l'istruzione austriaco commissionò al maestro della Secessione alcune allegorie per il soffitto dell'Aula Magna dell'Università di Vienna. La volontà e lo scopo dei committenti era la glorificazione delle scienze razionali e dei loro effetti positivi in ambito sociale, ma Klimt - influenzato anche dalla lettura di Arthur Schopenhauer e Friedrich Nietzsche - affrontò tematiche tabù come la malattia, la vecchiaia e la povertà in tutta la loro crudezza e il loro orrore, non lasciando spazio all'idealizzazione della realtà imposta fino a quel momento dalla morale comune. La cosa non andò giù ai baroni dell'ateneo: in ottantasei, tra i quali lo stesso rettore Wilhelm Neumann, inviarono una petizione al ministero dell'Istruzione con la quale indignati chiesero di sollevare Klimt dall'incarico.

lunedì 16 aprile 2018

Mille fotografie per disegnare il Po: il capolavoro di Sohei Nishino

Il Po a metà strada tra mappa e diorama, che serpeggia come se fosse vivo. Quasi un dragone, un animale mitologico che corre nel tempo e sale nel cielo a proteggere l' uomo. Così ce lo racconta il giapponese Sohei Nishino, conosciuto nel mondo per le sue Diorama map, che ha vinto (ex-aequo con Sara Cwynar) con il suo reportage sul fiume italiano la quinta edizione del premio MAST Foundation For Photography Grant on Industry and Work, organizzato dalla Fondazione MAST di Bologna.

lunedì 9 aprile 2018

Dancing with myself: l'egocentrismo degli artisti per raccontare la nostra società

Urs Fisher
«Dovunque mi arrampichi io sono seguito da un cane chiamato Ego», diceva Nietzsche. Come lui molti scrittori, intellettuali, creativi. Spesso però questo ego, questo voler essere al centro dell' attenzione, è per gli artisti solo un mezzo per descrivere altro. Che sia una denuncia o semplicemente una provocazione o una riflessione sull'arte o la società, di fondo c'è la sperimentazione sulla propria persona e sulla propria sensibilità per veicolare un messaggio. Quale ruolo mi assegna la collettività e come posso liberarmi dai suoi obblighi? Come posso sfuggire alla fatalità della morte diventando parte della mia opera? Sono alcune delle domande, esistenziali e ironiche, politiche e poetiche, biografiche e sociali alle quali cerca di dare risposte la mostra Dancing with myself che ha appena inaugura to a Punta della Dogana a Venezia.

mercoledì 4 aprile 2018

Così Hemingway impedì a Wright di costruire a Venezia

"Fallingwater" di Frank Lloyd Wright
Se in Italia non c’è alcuna opera dell’architetto Frank Lloyd Wright lo si deve, tra gli altri, a Ernest Hemingway. Lo scrittore, negli anni Cinquanta, appena tornato a Venezia, si oppose con ogni mezzo alla costruzione su Canal Grande di una foresteria destinata ad ospitare gli studenti dell’Istituto universitario di architettura della città lagunare. A progettarla, al posto di un palazzo diroccato di tre piani, era stato proprio Wright in onore del suo giovane allievo Angelo Masieri che aveva perso la vita nel 1952  in un tragico incidente stradale negli Stati Uniti durante un viaggio da Taliesin in Wisconsin (la casa-studio estiva di Wright) a New York.

martedì 20 marzo 2018

Lo show di Balich che ti risucchia nel Giudizio Universale

Poco più di un chilometro separa via della Conciliazione dall'ingresso ai Musei Vaticani. Una decina di minuti a piedi durante i quali metabolizzare l' incredibile esperienza del live show Giudizio Universale. Michelangelo and the Secrets of the Sistine Chapel, lo spettacolo multimediale firmato da Marco Balich che dà la possibilità agli spettatori di ritrovarsi fisicamente immersi nella creazione degli affreschi della Cappella Sistina; entrare nei tormenti di Michelangelo e nel suo rapporto prima con Giulio II poi con Clemente VII; scoprire il capolavoro dell'artista anche nei segreti del conclave.
Nel tragitto tra l'Auditorium della Conciliazione - dove va in scena l'opera - e la Cappella Sistina dove sono conservati i dipinti reali realizzati nel Cinquecento dal Buonarroti c'è tempo sufficiente per mettere in ordine i pensieri e decidere come "classificare" quello che si è appena visto: una mostra nazional-popolare?
uno spettacolo multimediale? un'attrazione da luna park? un nuovo modo di fare cultura?
I puristi, ovviamente, scuoteranno la testa: è inconcepibile per loro una mostra senza quadri, così come non possono considerare uno spettacolo teatrale quello che hanno visto dal momento che i dialoghi sono in playback e la musica è registrata.

lunedì 12 marzo 2018

L'occhio lungo degli americani per gli "imbrattatele" europei

Degas
Erano passati solo pochi anni dalla prima mostra - stroncata dalla critica e dal pubblico - di Claude Monet, Edgar Degas, Alfred Sisley e Pierre Auguste Renoir presso lo studio del fotografo Felix Nadar a Parigi (15 aprile 1874) e a Philadelphia alcuni lungimiranti imprenditori, avvocati, dirigenti d' azienda già arredavano le loro lussuose case con le opere degli impressionisti. Nel vecchio continente erano considerati "imbrattatele", pittori da strapazzo (qualche mese dopo la mostra da Nadar il gruppo organizzò una vendita delle opere per recuperare fondi ma fu un altro fiasco: riuscirono appena a coprire i costi delle cornici) mentre al di là dell'oceano, in quella città che insieme a Boston e New York era una delle più mature culturalmente, erano talmente ricercati e apprezzati che il Philadelphia Museum of Art organizzò una mostra completamente dedicata alla pittura impressionista.

mercoledì 21 febbraio 2018

Dürer, il maestro del Rinascimento che inventò il copyright

Dürer, Melancholia
Quando Jean-Paul Sartre nel 1932 scrisse il romanzo La nausea voleva intitolarla Melancholia, in onore dell' incisione del 1514 di Albrecht Dürer. Nel bulino è rappresentata la percezione degli insanabili conflitti del cosmo e le connessioni alchemiche tra razionalità e creazione artistica: c'è il quadrato magico, il compasso, il poliedro, la sfera, la bilancia e clessidra. E pure l' arcobaleno - che sintetizza lo spettro dei colori destinati ad apparire nel crogiolo, dove il metallo deve essere fuso, per subire l'opera di purificazione, sino a trasformarsi in materia pretta - e una cometa che rimandano a un sentimento molto contemporaneo: un malessere che scava nella dimensione psicologica nei confronti dell' esistenza dell'uomo, in relazione all'ambiente circostante che Sartre tramutò in nausea.

domenica 4 febbraio 2018

Marianne Liebe Brandt, la designer del Bauhaus che inventò la Kandem

Autoritratto, 1929
Il nome di Marianne Liebe Brandt forse ai più non dirà nulla, ma gli oggetti che ha creato quasi un secolo fa sono conosciuti un po' da tutti, se non altro perchè sono molto usati ancora oggi. Si tratta di pezzi di design diventati icone (gli originali sono nei musei, come il British ad esempio), nuovi tipi di apparecchi per l'illuminazione progettati a Dessau negli anni Trenta e destinati a rimanere emblematici dello "stile Bauhaus": la lampada da soffitto a globo, quella a parete con braccio orientabile, quella a saliscendi - per citare i modelli più famosi - e quella da comodino Kandem che quest' anno compie novanta anni. Prodotta dalla Korting&Mathiesen di Lipsia, la Kandem di Marianne, essenziale e compatta, rappresenta la sintesi dell'idea stessa di lampada.

giovedì 1 febbraio 2018

Frida Kahlo bocciata in fotografia da Tina Modotti

Una delle poche foto di Frida
Chi l’avrebbe mai detto! Frida Kahlo, una delle più significative artiste dell’arte del Novecento bocciata dalla sua amica, amante, confidente la fotografa italiana, Tina Modotti. Ovviamente non in pittura, ci mancherebbe altro. Ma proprio in fotografia: per la scelta dei soggetti, le inquadrature, la luce. Frida si impegnava, scattava, osava e chiedeva lumi alla compagna che con grande disponibilità dispensava consigli su cosa e come fotografare. Del resto per la Kahlo, che era figlia di un fotografo, la macchina era uno strumento assolutamente familiare, ma sono pochissime le immagini che portano la sua firma. Una è il ritratto dell’amato nipote Carlos Veraza (1929), un’altra è il ritratto di uno dei cani che popolavano il giardino di Casa Azul, ma la più suggestiva è quella che mostra una bambola di pezza distesa su una stuoia, vicino a un cavallo al galoppo e un carretto di legno: una natura morta che allude all’incidente stradale in cui rimase coinvolta a diciott’anni e che segnò profondamente la sua vita e la sua arte.  Poi ce ne sono altre non firmate, ma che comunque per la cifra stilistica possono esserle attribuite. Tra queste gli edifici di New York ripresi dal basso, l’occhio di Rivera e lo scheletro fantoccio appoggiato di profilo che le servì molto probabilmente come modello per l’opera El Sueno del 1940.

mercoledì 24 gennaio 2018

Addio a Ursula K. Le Guin, la femminista anarchica che inventò la fantascienza

«Sono in arrivo tempi duri, e avremo bisogno delle voci di scrittori capaci di vedere alternative al modo in cui viviamo ora, capaci di vedere, al di là di una società stretta dalla paura e dall'ossessione tecnologica, altri modi di essere, e immaginare persino nuove basi per la speranza. Abbiamo bisogno di scrittori che si ricordino la libertà. Poeti, visionari, realisti di una realtà più grande». Era il 2014 e a rileggerle ora queste parole - pronunciate subito dopo aver ricevuto la prestigiosa "Medal for Distinguished Contribution to American Letters" assegnata dalla National Book Foundation - suonano come il testamento morale di una delle più grandi scrittrici di tutti i tempi. Ursula Kroeber Le Guin è morta lunedì nella sua casa di Portland (Usa), all'età di 88 anni e se, come dicono, quando muore qualcuno di speciale il mondo è più povero, con la sua scomparsa il mondo sarà realmente orfano di una voce libera e forte.
Conosciuta per romanzi come La mano sinistra delle tenebre (1969) che racconta di un pianeta in cui gli abitanti non sono né maschi né femmine, ma assumono caratteristiche di entrambi i sessi nei periodi riproduttivi, Ursula K. Le Guin aveva applicato alla fantascienza e al fantasy le sue convinzioni femministe, anarchiche e radicali.

sabato 13 gennaio 2018

La "mostra sospesa" dal golpe di Pinochet riappare a Bologna

Quell’11 settembre 1973 era tutto pronto al Museo Nacional de Bellas Artes di Santiago del Cile. Due giorni dopo si sarebbe dovuta inagurare la mostra dedicata ai tre grandi della pittura messicana: Gabriel Orozco, Diego Rivera, David Alfaro Siqueiros. Gli inviti spediti, le 169 opere montate e il curatore Fernando Gambo davvero soddisfatto: a tagliare il nastro l’indomani sera ci sarebbe stato il presidente Salvator Allende in persona a testimonianaza di solidarietà e amicizia con il Messico finalmente arrivato alla democrazia dopo una sanguinosa rivoluzione. Avrebbe dovuto essere un giorno di festa davanti ai murales, nuovo simbolo di espressione popolare e della libertà conquistata. E invece no. Alle 9,10 del mattino, assediato dall’esercito guidato dal generale Augusto Pinochet, dal suo ufficio al palazzo della Moneda il presidente Allende via radio pronunciava le ultime parole prima di togliersi la vita: «Viva il Cile! Viva il popolo! Viva i lavoratori! Sono certo che il mio sacrificio non sarà invano, sono certo che, almeno, sarà una lezione morale che castigherà la fellonia, la codardia e il tradimento».

venerdì 12 gennaio 2018

Che cosa è una casa? Chi la vive? Chi non ce l'ha? 999 domande sull'abitare

Cosa fa il tuo animale domestico quando non ci sei? Nell’ascensore del tuo palazzo si fanno incontri interessanti? E ancora: cosa abitiamo? Può l’ufficio essere una casa? Il nostro corpo è la nostra prima casa? Ti piacerebbe che a casa tua passasse il mondo?
Queste sono solo alcune delle riflessioni alle quali è sollecitato il visitatore della mostra che inaugura oggi in Triennale. “999. Una collezione di domande sull’abitare contemporaneo” è infatti una rassegna d’architettura unica nel suo genere: è piuttosto una grande indagine sul concetto di casa, sul senso di dimora a cavallo tra il mondo fisico e quello digitale; è un viaggio attraverso i nuovi immaginari che trasformano le nostre esistenze.

domenica 7 gennaio 2018

In giro per Milano: le saracinesche dipinte di Affori

Milano, con i suoi edifici di cristallo, le sue nuove piazze, lo skyline che punta al cielo è una città proiettata nel futuro. Ma c’è anche una Milano che con determinazione e buon gusto è intenzionata a non dimenticare il passato. Come Affori, quartiere nella periferia settentrionale della città - fino al 1923 un paese a sè stante, come molti altri inglobati in quel periodo nella grande Milano che si espandeva a vista d’occhio - che conserva ancora il sapore e le caratteristiche di un borgo d’altri tempi con lo storico platano (pare abbia oltre 180 anni) che simboleggia le radici di questa zona, i palazzi bassi, la chiesa che conserva un bellissimo dipinto del 1500 realizzato da un allievo di Leonardo da Vinci, la torre medievale di via Osculati (secolo XIV) ancora visibile con la facciata su via Enrico Cialdini, il parco e la magnifica Villa Litta. Se non ci fossero le auto e le insegne in lingua straniera sembrerebbe davvero di vivere in un’altra epoca e in un’altra città.