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giovedì 17 ottobre 2019

Amanti, nipoti, amici, amantii: ecco la famiglia allargata secondo Elliott Erwitt

Lo sposo, la sposa e l’invitato dal piglio audace, quasi di sfida, come se custodisse uno scomodo segreto. La donna velata, fresca di cerimonia, gli volge un’occhiata preoccupata, mentre il marito, un po’ confuso, le tiene la mano. Siamo a Bratsk, in Siberia, nel 1967: lo scatto in bianco e nero fa il paio con un altro a colori in cui l’invitato ha lo sguardo nel vuoto e la mano sul mento. Entrambi sono opera di Elliott Erwitt, soprannominato non a caso il fotografo della “commedia umana”: per scattare sempre due macchine, una in mano, l’altra appesa al collo, a riprova di come l’assoluto, anche in fotografia, sia una bugia. C’è spazio solo per l’interpretazione, più d’una certamente, e due scatti, per quanto contigui, possono lasciar vedere il vero e il suo contrario, rimescolando le carte.
La madre di Robert Capa sulla tomba del figlio in Vietnam

mercoledì 26 giugno 2019

Gli ecomostri: così l'incompiuto diventa stile architettonico della nostra era

Villetta Comunale Calatabiano
Non ha niente a che vedere con Michelangelo, che fa del non-finito il vero e proprio tema delle sue opere più suggestive e moderne. E neppure con Antonio Gaudí che all’inizio del’900 costruisce la Sagrada Familia e la lascia intenzionalmente incompiuta per una precisa scelta architettonica di “opera aperta”, tappa di un processo artistico e psicologico in continuo divenire, e perciò eternamente incompleta. Eppure l’incompiuto è lo stile architettonico più importante dal secondo dopoguerra a oggi. Così sostiene e dimostra Alterazioni Video, un collettivo artistico fondato a Milano nel 2004 da Paololuca Barbieri Marchi, Alberto Caffarelli, Matteo Erenbourg, Andrea Masu e Giacomo Porfiri, che da oltre dieci anni conduce una ricerca sul fenomeno delle opere pubbliche incompiute in Italia. Viadotti, ospedali, carceri, edilizia residenziale, teatri, chiese, piscine, biblioteche sono state iniziate e poi abbandonate a se stesse e per questo non hanno nessuna funzione se non quella di essere monumenti di qualcosa che non è mai esistito.
planetario Lucca

mercoledì 29 maggio 2019

Il riscatto dei senza casa attraverso la fotografia: 13 storie dalla strada


"Il posto più bello della mia città", Dario

Se un visitatore entrasse alle Gallerie d’Italia a Milano senza sapere nulla del progetto esposto, penserebbe tranquillamente di trovarsi davanti a una mostra di qualche celebre fotografo appena insignito del Pulitzer per i suoi reportage urbani. Gli scatti presentati nel polo museale di piazza Scala, non sono solo bellissimi: chi li guarda si trova ad osservare una realtà altra rispetto all’evidente. Questo perché gli autori delle 52 immagini sono persone speciali che hanno cercato e in molti casi trovato il proprio riscatto attraverso la fotografia. Sono clochard, donne e uomini abituati a essere definiti per difetto: “senza”, senza un impiego, senza una casa, senza un futuro che hanno scoperto che la vita può riservare loro ancora soddisfazioni personali e lavorative. 

mercoledì 17 aprile 2019

Liu Bolin, l'uomo invisibile che accende i riflettori sulle contraddizioni del nostro mondo


Liu Bolin, la performance al Mudec

Ci sono degli animali che hanno sviluppato la capacità di rendersi invisibili agli occhi dei predatori. Altri sfruttano tale abilità per celarsi alle loro prede, sorprendendole poi all’improvviso. Si mimetizzano cioè come forma di difesa o per volontaria strategia di attacco. Poi c’è lo scultore, performer e fotografo cinese Liu Bolin che ha fatto del camouflage un’arte: difficile distinguerlo tra le architetture, le merci, le macerie, i rifiuti e i molteplici scenari del mondo nei quali sceglie di immergersi per diventare cosa tra le cose, per denunciare che tutti i luoghi, tutti gli oggetti, anche i più piccoli, hanno un’anima che li caratterizza e in cui mimetizzarsi, svanire, identificarsi nel Tutto. Ieri, nei depositi del Museo delle Culture di Milano Liu Bolin ha messo in scena la sua ultima performance in vista della mostra «Visible Invisible» prodotta da 24OreCultura che inaugura il 15 maggio 2019 con la curatela di Beatrice Benedetti.
Dopo aver scelto nei giorni scorsi, insieme ai sovraintendenti del Mudec, i preziosi manufatti della collezione permanente che hanno fatto da scenografia alla fotografia finale, ha dipinto insieme ai due assisitenti i suoi vestiti e le scarpe, i capelli e il corpo con un accurato body painting che lo ha perfettamente integrato e nascosto nella scena. Un lavoro lungo e impegnativo che prevede anche una grande preparazione fisica e mentale dovendo rimanere immobile per delle ore. Però poi il risultato è stupefacente: davvero difficile stanare l’artista in filigrana tra la bardatura da cavallo giapponese del periodo Edo, il vaso cinese del 18esimo secolo, le due maschere cerimoniali della Papua-Nuova Guinea e dell’Amazzonia, i pali e lo scudo della Papua Nuova Guinea del XX secolo appartenenti alla cultura Asmat, le coperte argentine del XX secolo. 

venerdì 22 marzo 2019

Letizia Battaglia, fotografia come scelta di vita

Capelli rosa tagliati a caschetto, la sigaretta in una mano, la Leica nell'altra. Letizia Battaglia ti guarda dritto in faccia quando ti parla ed è impossibile non rimanere sedotti da quella luce che brilla nei suoi occhi così come si resta contagiati da quella carica di umanità che sprigiona.
Ha ottantaquattro anni Letizia Battaglia. Lei, prima donna europea premiata a New York con l'Eugene Smith (il più prestigioso dei riconoscimenti, il nobel per la fotografia), diventata famosa per i suoi scatti ai morti ammazzati dalla mafia (tra cui Pier Santi Mattarella) non ci sta ad essere etichettata come fotografa e ancor meno a essere conosciuta nel mondo semplicemente come "la fotografa della mafia": «Non diciamo sciocchezze! Io sono una persona, non sono una fotografa». E lo dice con così tanta convinzione che questa frase campeggia all' ingresso dell' antologica a lei dedicata che apre oggi alla Casa dei Tre Oci a Venezia, curata da Francesca Alfano Miglietti. «Quando ho fotografato l'ho fatto perché dovevo», puntualizza smontando in pochi secondi il falso mito del "divino artefice", del demiurgo e dell' ispirazione sovrannaturale.
Rivendica con orgoglio la necessità di fare quelle foto per portarsi a casa uno stipendio (era una reporter de L' Ora), e rivela senza nessun problema che la fotografia è stata la sua terapia. «La macchinetta che mi ha regalato una mia amica è stata determinante. Ero una donna con tanti problemi, ero infelice, inquieta, non avevo elaborato la strada: ero madre, ma volevo essere io», ricorda. «Sono riuscita a riappropriarmi di me quando ho iniziato a fotografare». E ancora: «La fotografia l'ho vissuta come documento, come interpretazione e come tanto altro ancora. L'ho vissuta come acqua dentro la quale mi sono immersa, mi sono lavata e purificata. L'ho vissuta come salvezza e come verità».

mercoledì 6 marzo 2019

Birgit Jürgenssen: "Io sono" donna, artista, femminista

Hausfrauen-kucheshurze
Nel 1975 Birgit Jürgenssen costruì e poi si infilò il grembiule da casalinga: "Hausfrauen-kucheshurze" era una sorta di cucina indossabile con due fuochi e un forno dal quale fuoriusciva un pane a forma di pene. Poi si fotografò inquadrata da davanti e di profilo: il corpo dell’artista e la cucina diventano un unicum in quella rappresentazione ironica che mette in discussione i pregiudizi e i modelli di comportamento a cui erano (sono) soggette le donne all’interno della società.

mercoledì 20 febbraio 2019

Figlie, amiche, amanti: le bambole di silicone surrogati d'amore


Elena Dorfman "Still Lovers"
Rimpiazzano gli esseri umani con una bambola. Neonata, adolescente, adulta: ognuno la sceglie per meglio soddisfare il proprio bisogno di dare amore. E la cura con tutte le attenzioni che si darebbero a un neonato vero, a un’amica o a una fidanzata in carne ed ossa. Del resto sembrano veramente delle persone. Capelli da pettinare, viso, espressioni e incarnato che invitano alle carezze, ai baci: tutto è studiato per rendere la bambola (costa 20 mila euro) quanto più vicina alla realtà così da dare l’illusione di una compagnia umana a tutti gli effetti. Sono tanti nel mondo a offrire, senza chiedere nulla in cambio, il loro amore a un manichino di silicone: amore surrogato, lo chiamano ad indicare il legame emozionale tra un uomo o una donna e una rappresentazione artificiale dell’essere umano.

lunedì 17 dicembre 2018

L'uomo e tutti gli animali: l'arca di Noè di McCurry

Da oltre trent'anni Steve McCurry racconta con le sue incredibili fotografie scattate in ogni angolo della Terra l'uomo con il suo bagaglio di esperienze, con la storia della sua comunità e delle tradizioni che vanno scomparendo, con i suoi conflitti, i drammi e le speranze. Ora lo sguardo del maestro si sofferma sugli animali. Animals è infatti il nome del progetto che debutta in anteprima mondiale con la mostra che inaugura oggi (16 dicembre 2018) al Mudec di Milano in occasione dell'apertura della nuova sezione Photo del Museo. Animali come il cane immortalato con il suo portamento fiero legato dietro a una bicicletta sgangherata in uno scenario che parla di guerra e di miseria. Siamo a Kabul, in Afghanistan, nel 2002, è un sabato: perché mai un cane Kuchi, una delle razze più coraggiose del pianeta, misto esplosivo di ferocia e amore assoluto per i padroni, perfettamente sano, è trasportato su una bici? Steve McCurry non risponde alla domanda, lascia il finale sospeso: di certo c'è che fino a quando c'erano i talebani in Afghanistan i combattimenti tra cani erano fuorilegge, oggi purtroppo, nonostante l'allarme internazionale, sono tornati a diffondersi e il cane è diretto al peggiore dei ring possibili.

sabato 10 novembre 2018

Pendulum, merci e persone in movimento #MAST

Helen Levitt

 Si guardano in faccia. Il linguaggio del corpo racconta di una lei in posizione dominante, con il sopracciglio alzato e una piega della bocca sarcastica. Lui, con le braccia conserte in segno di chiusura, sostiene comunque lo sguardo della signora. Forse la coppia aveva discusso, ma la fotografa Helen Levitt ha immortalato l’uomo e la donna, a loro insaputa (scattava con la macchina nascosta sotto l’impermeabile), seduti in un vagone della metropolitana di New York mentre in silenzio, con gli occhi, comunicano tra di loro. Era il 1975.
Jacqueline Hassink
Nel 2017 gli occhi dei passeggeri del metrò non comunicano con gli altri viaggiatori: sono chini su uno smartphone, troppo presi dall’oggetto elettronico per trasmettere il proprio stato d’animo a chi sta loro vicino. Gli scatti di Jacqueline Hassink, raccolti tra il 2010 e il 2017, documentano il voluto isolamento dei pendolari dei nostri giorni. Nella sua video installazione l’artista olandese dimostra come ognuno di loro - di noi - si muova verso la propria destinazione - il posto di lavoro, la scuola - e nello stesso tempo compia un perenne viaggio virtuale per il quale non è prevista alcuna fermata. 

venerdì 5 ottobre 2018

Il reportage di Tanzini sul mercato Tsukiji che verrà smantellato per le olimpiadi

© Nicola Tanzini, TokyoTsukiji
Domani, 6 ottobre,  le ruspe entreranno in azione a Tokyo e distruggeranno per sempre uno dei suoi simboli: il mercato di Tsukiji, tempio delle aste mondiali del tonno, dove vengono vendute ogni anno 700mila tonnellate di pesce. Un posto “magico”, frequentato dagli addetti ai lavori (lì sono i venditori di pesce che scelgono i clienti, non il contrario) e dai turisti di tutto il mondo, che il fotografo italiano Nicola Tanzini è riuscito a immortalare prima che venga definitivamente smantellato per far posto a un parcheggio per le Olimpiadi del 2020.

lunedì 2 luglio 2018

Eugene Smith e il suo viaggio all'inferno

 «Non ho mai scattato una foto, buona o cattiva, senza che mi provocasse un turbamento emotivo». Questa dichiarazione riassume il concetto di fotografia per William Eugene Smith (1918-1978), che volle e riuscì a fondere nella sua persona l'artista e il reporter. A lui non bastava realizzare il servizio: il suo obiettivo era quello di sovrapporre alla mera documentazione di aspetti crudi e dolorosi della realtà la sua visione creativa così da elevare la condizione umana ad una dimensione epica.
Non credeva alla obiettività del fotografo. Dichiarava pubblicamente di non accontentarsi di «registrare i fatti», voleva darne una giusta interpretazione così da «simbolizzare l'universale». E ci riuscì: attraverso i suoi scatti, Smith è riuscito a raccontare storie di vita toccando le emozioni e la coscienza degli spettatori.
Lo dimostra la mostra in corso alla Fondazione Mast di Bologna a cura di Urs Stahel, la prima in Italia interamente dedicata a Smith e alla sua monumentale opera realizzata a partire dal 1955 a Pittsburgh, all'epoca la principale città industriale del mondo. Il progetto, considerato da lui stesso l'impresa più ambiziosa della propria carriera, segnò un momento di svolta nella sua vita professionale e personale.

lunedì 16 aprile 2018

Mille fotografie per disegnare il Po: il capolavoro di Sohei Nishino

Il Po a metà strada tra mappa e diorama, che serpeggia come se fosse vivo. Quasi un dragone, un animale mitologico che corre nel tempo e sale nel cielo a proteggere l' uomo. Così ce lo racconta il giapponese Sohei Nishino, conosciuto nel mondo per le sue Diorama map, che ha vinto (ex-aequo con Sara Cwynar) con il suo reportage sul fiume italiano la quinta edizione del premio MAST Foundation For Photography Grant on Industry and Work, organizzato dalla Fondazione MAST di Bologna.

venerdì 27 ottobre 2017

Dalla ligera al bel Renè: Milano e la mala

Il 27, oggi come allora, era giorno di paga e il blindato della Banca Popolare di Milano era carico di soldi più che mai. Alle 9,35 del mattino di quel freddo febbraio del 1958, in via Osoppo a Milano una banda di sette uomini con quattro veicoli rubati, grazie al falso incidente e uno speronamento per bloccare il portavalori, riuscì ad impossessarsi senza sparare nemmeno un colpo di 614 milioni di lire in contanti (pari a duemila anni di stipendio di un operaio dell'epoca). Una rapina perfetta, studiata a tavolino sul modello della "banda dei marsigliesi", che mise in ginocchio la polizia completamente impreparata a un evento di quella portata. «Ci sentivamo padroni di Milano, avevamo addosso una grande spavalderia. In fondo è stato meglio che ci abbiano preso altrimenti chissà dove saremmo arrivati», ha ricordato anni dopo uno dei rapinatori, Luciano De Maria.

sabato 21 ottobre 2017

Il bianco e nero di Salgado per raccontare l'inferno

Si sono accampate in galleria Meravigli fin dalle prime ore del mattino e alle 11,30, quando è iniziato l'incontro, ad ascoltare Sebastião Salgado c'erano oltre mille persone. Non ha voluto nessuna conferenza stampa, quello che aveva da dire sulla mostra Kuwait. Un deserto in fiamme che inaugurava alla Galleria Meravigli di Milano il maestro l'ha raccontato alle persone comuni, ai milanesi, giovani e meno, e ai turisti che non potevano lasciarsi sfuggire l'occasione di conoscerlo di persona.
Considerato uno dei più grandi fotografi del mondo, Salgado ha spiegato come l'incendio dei 600 pozzi di petrolio - ad opera dei soldati iracheni nel 1991 per ostacolare l'avanzata della coalizione militare guidata dagli statunitensi durante la Guerra del Golfo - sia stato l'episodio di inquinamento ambientale più grave di tutti i tempi ad opera dell' uomo, paragonabile a una vera e propria guerra. Lui era lì, tra i primi a intuire la reale portata e la gravità della situazione: in un paesaggio infernale che stava letteralmente bruciando davanti ai suoi occhi, iniziò a documentare quel disastro, seguendo l'operato dei vigili del fuoco (all'incontro era presente anche il pompiere Mike Miller che ha raccontanto la sua drammatica esperienza) e dei tecnici specializzati chiamati da tutto il mondo per limitare i danni e arginare le perdite. Nell’aria nera e calda di un cielo oscurato e saturo di anidride carbonica, di fronte a lui si levavano enormi colonne di fiamme e una coltre scura di petrolio copriva il deserto, le persone e le cose.  Il calore raggiunse tali temperature che uno dei suoi obiettivi si deformò. Sfidando il pericolo, lo stordimento, l'inquinamento e le alte temperature, Sebastião Salgado volle catturare i segni della devastazione e il sacrificio di centinaia di uomini.

Il risultato è un pugno nello stomaco: con 34 grandi immagini in bianco e nero esposte per la prima volta a livello internazionale Salgado racconta con luce apocalittica il contrasto dei pozzi in fiamme e la coltre scura di petrolio che copriva il deserto, le persone e le cose. Gli occhi increduli e stanchi dei vigili del fuoco, lo sforzo fisico nel cercare di domare le fiamme, il fumo divagante: nei ricordi e impressioni di Salgado, «era come affrontare la fine del mondo, un mondo intriso di nero e di morte».
La mostra - bellissima e potente - si può visitare fino al 28 gennaio 2018.


mercoledì 18 ottobre 2017

Toulouse-Lautrec, le foto proibite del genio di Montmartre

Toulouse-Lautrec non era un fotografo. Non esiste nulla che attesti che abbia mai posseduto una macchina fotografica, né che abbia mai scattato una fotografia. Eppure quel marchingegno che immortalava volti ed espressioni, gesti e attitudini, quell'invenzione che catapultò la bohème parigina degli anni 1880 nella modernità, fu fondamentale per la sua produzione artistica tanto quanto per il suo ego.
Discendente di una nobile ed antichissima famiglia francese, la vita di Henri de Toulouse-Lautrec (1864 -1901) fu segnata nell'adolescenza da due cadute che gli procurarono fratture ad entrambe le ginocchia. Non guarì mai del tutto: le sue gambe smisero di crescere e da adulto, pur non essendo affetto da vero nanismo, rimase alto solo 1,52 metri. «Il nano de la butte», «il genio deforme di Montmartre» lo chiamavano a Parigi e lui non potendo nascondere la sua evidente deformità fisica sfidava i tabù dell'epoca combattendo le ipocrisie e il perbenismo con ironia. Soprattutto verso se stesso.  Ecco allora che chiedeva ai suoi amici François Gauzi, Maurice Guibert o Paul Sescau di fotografarlo allestendo lui stesso messe in scene in cui si esibiva con un narcisismo scaturito dalla sua inesauribile immaginazione e dal suo sarcastico senso dell'umorismo. Si travestiva, inventava scenette nelle quali interpretava ruoli e coinvolgeva i suoi soldali in questi giochi e mascheramenti per affermare deliberatamente un certo esibizionismo e mostrare la sua stravaganza.

sabato 16 settembre 2017

“The ballad of sexual dependency", il diario-capolavoro di Nan Goldin #triennale



Nan Goldin e la sua Trixie

Aveva solo undici anni quando la sua adorata sorella Barbara si uccise sdraiandosi sui binari di una ferrovia nei pressi di Washington. Era il 12 aprile 1965, sconvolta scappò di casa diverse volte, e alla fine i genitori la diedero in affidamento. Fu una tragedia che la segnò profondamente e che contribuì a fare di Nan Goldin  la grande fotografa che tutto il mondo conosce e apprezza come una delle maggiori esponenti di quell'arte che punta all'identificazione completa con la propria vita.
«Ho iniziato a scattare foto per via del suicidio di mia sorella», dice la Goldin. «L'avevo persa. Era diventata un'ossessione, non volevo perdere mai più il ricordo di qualcuno». E così fu. Dopo aver studiato fotografia a Boston, si trasferì a New York documentando le serate, gli abusi, gli amori, le perdite, i dolori di cui i suoi amici e lei stessa erano protagonisti: un immenso album di famiglia, un diario visivo popolato da conoscenti e amanti, tossici, drag queen, donne pestate.

mercoledì 18 gennaio 2017

Berenice Abbott, da assistente di Man Ray a maestra della fotografia contemporanea

Libera e spregiudicata in un'epoca ancora lontana dall'accettare l'omosessualità femminile; geniale dietro la macchina fotografica mentre realizzava ritratti; attenta quando documentava le trasformazioni di New York in seguito alla grande depressione del '29; pioniera nella ricerca sulla fotografia da laboratorio. Lei è Berenice Abbott, una delle più controverse protagoniste della storia fotografica del Novecento.

sabato 10 dicembre 2016

Macchine, vapori e archivi nei musei portatili di Dayanita Singh

Musei portatili, da allestire dove e quando serve. Dentro le sue foto. Dayanita Singh è la protagonista della mostra in corso al Mast (Manifattura di Arti, Sperimentazione e Tecnologia) di Bologna: una incredibile esposizione di oltre trecento scatti che raccontano il lavoro e la produzione, la vita, la sua gestione quotidiana e la sua archiviazione attraverso gli occhi di una donna fuori dal comune. L' artista indiana, una delle figure più rilevanti della fotografia contemporanea, non solo ha sviluppato una personale ricerca documentaristica e poetica, ma ha anche elaborato una modalità espositiva assolutamente originale. I suoi lavori, suddivisi in serie e capitoli, sono proposti su strutture modulabili e autoportanti in legno - paraventi, carrelli, tavoli che riprendono il concetto di griglia modernista - che edificano strutture mobili e autonome per esporre.

lunedì 1 agosto 2016

Le belle donne di Winogrand, uno schiaffo al maschilismo

Sicure di sé, senza complessi, fiere e decise, fresche e vitali: le donne di Garry Winogrand, protagoniste indiscusse di quegli anni di fermento che investì la società tra gli anni Sessanta e Settanta, sono emblema dell’autodeterminazione. Incuranti di quello che gli altri potrebbero pensare di loro al pari del fotografo che le ha immortalate girano disinvolte per le strade di New York, nei parchi, allo zoo, nei centri commerciali, nei musei, negli aeroporti, si divertono alle feste. Ognuna di loro ha una storia e Garry Winogrand, padre della street photography (influenzato dalla fotografia sociale di Robert Frank e Walker Evans) la racconta utilizzando obiettivi grandangolari che restituiscono allo spettatore uno spazio esterno al soggetto. I dettagli esterni inclusi nella cornice della foto, in questo modo contribuiscono ad accrescere la forza e il significato della donna ritratta.

sabato 23 luglio 2016

Ho incontrato Klein: sfacciato, provocatore, tagliente

Milano, Palazzo della Ragione. Davanti a me c' è il maestro William Klein. Non ci penso un attimo: tiro fuori il cellulare e lo fotografo. Lui di tutta risposta prende la macchinetta che porta appesa al collo e a sua volta mi scatta una foto. Interessato al gesto, attore e spettatore, il rivoluzionario Klein a ottantotto anni suonati non smette di sorprendersi e provocare. Curioso delle persone, audace, pronto a essere frainteso fa quello che ha fatto per una vita: scatta foto a me, ai giornalisti, ai fotoreporter e alla maggior parte degli invitati alla preview della mostra Il mondo a modo suo che celebra il suo ritorno nella città che sessant' anni fa accolse la sua prima esposizione. Il ribelle, anticonformista, antiperbenista che volle, fortissimamente volle infrangere le regole assiomatiche della fotografia, (come lo definisce il direttore di Palazzo della Ragione Domenico Piraina), arrivò a Milano nel 1952 invitato da Giorgio Streheler per una mostra al Piccolo Teatro.