mercoledì 21 novembre 2018

L'artista più pagato del mondo ha 82 anni, fuma 40 sigarette al giorno e dipinge con l'iPad

Portrait of an artist (pool with two figures)
David Hockney ha messo a segno un altro colpo. Quando il martelletto del battitore di Christie's a New York ha chiuso l'asta a 90.312.500 di dollari (79.708.155 di euro) assegnando a un anonimo collezionista il suo dipinto Portrait of an artist (pool with two figures), l'ottantaduenne pittore britannico è diventato l'artista vivente più caro al mondo. Nessuno aveva mai raggiunto una cifra simile: Jeff Koon, che poteva vantare fino a giovedì sera il titolo, si era fermato ai 58,4 milioni di dollari tirati fuori dal portafogli nel 2013 dal miliardario americano Peter Brant per Orange balloon dog, un enorme cane arancione in acciaio inossidabile largo quattro metri e alto tre creato nel 1994.
Tre metri è anche lunga la tela di Hockney: realizzata nel 1972 per la critica è forse l'opera più rappresentativa di tutta la sua produzione. Il dipinto raffigura due uomini: uno che nuota in una piscina e l'altro vestito in piedi sul bordo della vasca che lo osserva, immersi in un paesaggio verde che ricorda quello del sud della Francia. Il personaggio in piedi è il fidanzato dell'artista, il pittore statunitense Peter Schlesinger con il quale ruppe proprio durante la realizzazione dell'opera; quello in acqua è lo stesso Hockeny che visse male la fine della relazione portandolo verso un periodo di solitudine e depressione. Emblematica anche la piscina: soggetto ricorrente nelle opere dell'artista britannico è simbolo della vita edonistica delle ville americane che aveva frequentato, ma anche specchio e punto di partenza per affrontare temi ben più complessi, come, ad esempio la libertà e l'omosessualità. La sua è una sfida al modo occidentale di rappresentare il mondo: con uno stile apparentemente semplice ostenta la spensierata atmosfera californiana e fissa sulla tela un istante che diventa eterno; così la vita di Hollywood si trasforma in natura morta.

sabato 10 novembre 2018

Pendulum, merci e persone in movimento #MAST

Helen Levitt

 Si guardano in faccia. Il linguaggio del corpo racconta di una lei in posizione dominante, con il sopracciglio alzato e una piega della bocca sarcastica. Lui, con le braccia conserte in segno di chiusura, sostiene comunque lo sguardo della signora. Forse la coppia aveva discusso, ma la fotografa Helen Levitt ha immortalato l’uomo e la donna, a loro insaputa (scattava con la macchina nascosta sotto l’impermeabile), seduti in un vagone della metropolitana di New York mentre in silenzio, con gli occhi, comunicano tra di loro. Era il 1975.
Jacqueline Hassink
Nel 2017 gli occhi dei passeggeri del metrò non comunicano con gli altri viaggiatori: sono chini su uno smartphone, troppo presi dall’oggetto elettronico per trasmettere il proprio stato d’animo a chi sta loro vicino. Gli scatti di Jacqueline Hassink, raccolti tra il 2010 e il 2017, documentano il voluto isolamento dei pendolari dei nostri giorni. Nella sua video installazione l’artista olandese dimostra come ognuno di loro - di noi - si muova verso la propria destinazione - il posto di lavoro, la scuola - e nello stesso tempo compia un perenne viaggio virtuale per il quale non è prevista alcuna fermata. 

domenica 28 ottobre 2018

Giulio Paolini e la ricerca del Bello ideale (l'arte concettuale è più semplice di quel che appare)

Giulio Paolini e le sue fonti di ispirazione. La mostra del Bello ideale appena inaugurata alla Fondazione Carriero di Milano illustra il percorso introspettivo del maestro, indiscusso pioniere dell’arte concettuale, interrogandosi se questo oissa essere costituito da un'unica opera continua, una costante variazione originata dal suo primo lavoro Disegno Geometrico del 1960 con la squadratura a inchiostro della superficie di una tela dipinta a tempera bianca. Questo gesto preliminare di qualsiasi rappresentazione rimarrà il punto di “eterno ritorno” dell'universo di pensiero paoliniano: momento topico e istante originario che rivela l'artista a se stesso, rappresenta il fondamento concettuale di tutto il suo lavoro futuro.

venerdì 26 ottobre 2018

Le provocazioni degli "scugnizzi inglesi" che rivoluzionarono l'arte (da Gilbert&George a Damien Hirst)

Damin Hirst, Problems
Napoli. Palazzo Zevallos è un magnifico edificio del Seicento nel cuore di Napoli. I proprietari avrebbero preferito che la loro dimora fosse realizzata nei Quartieri Spagnoli, ma essendo troppo affollati dovettero ripiegare su via Toledo, «la strada più popolosa e allegra del mondo», come la definì Stendhal. E anche tra le più "focose": nel corso dei tumulti popolari del 1647, l' edificio venne preso d' assalto e dato alle fiamme.
«Una torcia accesa per la nostra mostra», avrebbe detto Gary Hume di fronte a quelle scena. Lui, insieme ad alcuni compagni di studio in uno dei college più prestigiosi di Londra, il Goldsmith, fondarono alla fine degli anni Ottanta il gruppo Young British Artist. Capeggiati da Damien Hirst (quello dello squalo immerso nella formaldeide, delle vetrine con pillole o strumenti chirurgici, dei "mandala" costituiti di farfalle, del teschio ricoperto di diamanti), quei giovani artisti erano dei provocatori bisognosi di esplodere come meteoriti in rotta di collisione con la Terra. Cresciuto nello York-shire operaio, tra educazione cattolica e vinili dei Sex Pistols, tra un arresto per taccheggio e l' altro, fu proprio Hirst ad ideare e promuovere la prima mostra degli youngbrit che si svolse nel 1988 negli ex uffici portuali della Londra. Volle chiamarla Freeze perché l' obiettivo doveva essere quello di stupire, colpire, in una parola, congelare. Il caso volle che proprio il giorno dell' inaugurazione, scoppiò un incendio in un caseggiato vicino alla sede espositiva. A Gary Hume sembrò un presagio e pronunciò la famosa frase: e davvero la mostra fu la miccia che fece esplodere una nuova modalità di espressione, aggressiva nella sua volontà comunicativa, riflesso di una posizione spesso causticamente cinica nei confronti della società.

giovedì 25 ottobre 2018

La "città irreale" di Mario Merz diventa realtà dopo 50 anni #Igloos


La “città irreale” di Mario Merz è diventata realtà. Ci si può camminare e ci si può perdere: tanto c’è da vedere, tanti sono i messaggi da cogliere. Una passeggiata in solitaria sarebbe il massimo, ha suggerito la figlia Beatrice presidente della Fondazione Merz. E in effetti camminando senza fretta attorno ai trenta igloo sistemati nelle Navate e nel Cubo del Pirelli HangarBicocca i pensieri sono davvero molti: quelle strutture architettoniche sferiche delimitano uno spazio, un territorio ma nello stesso tempo offrono allo sguardo del visitatore l’interno; la forma è la stessa per tutti, ma ognuna di quelle “capanne” è unica come l’essere umano; ci si può girare attorno percependo il moto circolare del tempo; è un “ventre”, diceva Merz, dal quale possono nascere delle cose.