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giovedì 18 febbraio 2021

Mimmo Paladino racconta il "risveglio" dei suoi Dormienti


In questa nuova puntata di ART'è vi porto alla Cardi Gallery di Milano dove lunedì 22 febbraio verrà inaugurata la mostra di Mimmo Paladino "I Dormienti". Sono 32 e anche questa volta a liberarli dalla pesantezza del sonno restituendo loro un soffio vitale e una serena concretezza, sono le composizioni musicali appositamente ideate dal compositore e produttore britannico Brian Eno. Anche la musica fa parte dell’opera. I corpi de "I Dormienti" sono accompagnati al primo piano dello Cardi Gallery dalla grande opera inedita Sunday Mornin' Comin' Down composta da 100 disegni realizzati da Mimmo Paladino nel lockdown del 2020. Anche quest’opera  è emblematica del modo in cui l'artista concepisce il lavoro, un puzzle nel quale i frammenti convergono in un unicum monumentale, una “finestra panoramica” sulle immagini che popolano il mondo dell'artista alla ricerca di un equilibrio naturale tra intimismo e memoria collettiva.

Clicca qui per vedere il servizio con l'intervista

sabato 7 dicembre 2019

Emilio Vedova, la rabbia e la passione del pittore partigiano

Passione e rabbia fuse insieme dal colore. Pennellate grasse e nervose che allagano quadri immensi. Gesti titanici e ciechi che travolgono tutto. Foga, impeto e furore che smontano e rimontano strutture. È l'arte di Emilio Vedova, l'artista che nel Novecento più di tutti incarna l'uomo in rivolta. «La sua pittura è un' appassionata lotta contro l'avversario dietro la tela che nel più accanito contrasto del sì e del no, del bene e del male, del bianco e del nero, dovrà essere costretto a pronunciarsi», sostiene Werner Haftmann. «La tela, come una membrana nel mezzo della disputa registra il corso della contesa».
La sua biografia parla da sola. Negli anni che precedettero la Seconda guerra mondiale, Vedova fece parte, a Milano, del gruppo di "Corrente", nella cui galleria presentò una delle sue prime "personali". Dopo l'8 settembre 1943 partecipò alla Guerra di liberazione nelle file della Resistenza romana. Militò poi, col nome di battaglia di "Barabba" (scelto per la folta barba che ne avrebbe incorniciato il volto per tutta la vita), in una formazione partigiana molto attiva sull'altipiano bellunese. Nel corso di un rastrellamento "Barabba" fu ferito, ma riuscì, fortunosamente ad evitare di essere catturato dai nazifascisti.

giovedì 31 ottobre 2019

Le opere di Cerith Wyn Evans fatte di luce, suono ed energia

La sinestesia è un’esperienza percettiva in cui gli stimoli di un certo tipo evocano sensazioni di un tipo differente: ad esempio permette di “assaporare” le forme, fa “vedere” un suono o “sentire” un colore. Il fenomeno appare sette volte più comune in artisti, poeti e scrittori che nel resto della popolazione, ma può essere anche indotto così che tutti possano provarlo.
Ed è proprio quel che fa l’artista inglese Cerith Wyn Evans. Provare per credere.

giovedì 17 ottobre 2019

Amanti, nipoti, amici, amantii: ecco la famiglia allargata secondo Elliott Erwitt

Lo sposo, la sposa e l’invitato dal piglio audace, quasi di sfida, come se custodisse uno scomodo segreto. La donna velata, fresca di cerimonia, gli volge un’occhiata preoccupata, mentre il marito, un po’ confuso, le tiene la mano. Siamo a Bratsk, in Siberia, nel 1967: lo scatto in bianco e nero fa il paio con un altro a colori in cui l’invitato ha lo sguardo nel vuoto e la mano sul mento. Entrambi sono opera di Elliott Erwitt, soprannominato non a caso il fotografo della “commedia umana”: per scattare sempre due macchine, una in mano, l’altra appesa al collo, a riprova di come l’assoluto, anche in fotografia, sia una bugia. C’è spazio solo per l’interpretazione, più d’una certamente, e due scatti, per quanto contigui, possono lasciar vedere il vero e il suo contrario, rimescolando le carte.
La madre di Robert Capa sulla tomba del figlio in Vietnam

martedì 15 ottobre 2019

Cesare Viel: Più nessuno da nessuna parte


Un'enorme balla di fieno si staglia all' ingresso del PAC di Milano. Lo sfondo azzurro rievoca cieli estivi e la scala di legno appoggiata invita a salire e a riposare su quelle erbe secche e profumate. È Lost in meditation, un varco d' accesso al mondo di Cesare Viel che con le sue costellazioni di frammenti di vissuto e memorie interpreta l' arte come momento di scambio emozionale e di relazione con gli altri. L' imponente installazione è un richiamo all' infanzia dell' artista trascorsa in Veneto, quando i contadini tagliavano l' erba, raccoglievano il fieno e lo disponevano in cumuli sui prati. Un' indagine sul linguaggio nell' arte, ma anche un tema sociale in un Paese come il nostro che fino a pochi decenni fa era ancora per lo più una realtà agricola. «Il personale è politico, pubblico», dice Viel durante la visita in anteprima della mostra riprendendo uno slogan degli anni Settanta. «Da bambino», continua l' artista, «desideravo salire e sdraiarmi su quel fieno. Mio nonno però me lo impediva per paura delle vipere che si potevano annidare e per non rovinare il duro lavoro, quasi sacro, dei contadini». Stasera, invece, Cesare Viel ci salirà e ci sdraierà per meditare.

mercoledì 25 settembre 2019

de Chirico, una grande scoperta

Autoritratto nudo, 1943
Quando René Magritte, per la prima volta, si trovò a tu per tu con un quadro di Giorgio de Chirico rimase folgorato. «Vidi il pensiero per la prima volta», disse. In effetti dopo la visita a Palazzo Reale a Milano, dove ieri si è tenuta la preview della mostra dedicata al «pictor optimus», l’impressione è proprio quella di essere riusciti a varcare una soglia, quella del suo inconscio. Piazze vuote, manichini senza volto, colonne e busti di marmo, ritratti e autoritratti: le opere di Giorgio de Chirico sono attimi rubati a un sogno, catturati e trasposti sulla tela, come testimonianze di un inconscio che si confessa in un quadro e non tra le pagine di un diario.

giovedì 12 settembre 2019

Mangrané, l'artista che ci spinge a ripensare il nostro ruolo nel mondo

C’è un padiglione realizzato con filtri fotografici arancioni dove farsi una spremuta da assaporare tranquillamente seduti. Là dentro, ma ancor di più quando si esce, ci si accorge che la percezione dello spazio e dei colori cambia: qualcuno vede tutto più blu, altri trovano alterate le distanze e altri ancora si sentono in preda ad una sensazione di straniamento. A dimostrazione che ha ragione Daniel Steegmann Mangrané. L’artista, nato a Barcellona ma da 15 anni di casa in Brasile, con "Orange Oranges" sovverte categorie di pensiero che caratterizzano il nostro modo di percepire la realtà. In questa relazione il filtro fotografico è come a una membrana attraverso cui le informazioni e sensazioni vengono proiettate dall’interno all’esterno e viceversa.

mercoledì 29 maggio 2019

Il riscatto dei senza casa attraverso la fotografia: 13 storie dalla strada


"Il posto più bello della mia città", Dario

Se un visitatore entrasse alle Gallerie d’Italia a Milano senza sapere nulla del progetto esposto, penserebbe tranquillamente di trovarsi davanti a una mostra di qualche celebre fotografo appena insignito del Pulitzer per i suoi reportage urbani. Gli scatti presentati nel polo museale di piazza Scala, non sono solo bellissimi: chi li guarda si trova ad osservare una realtà altra rispetto all’evidente. Questo perché gli autori delle 52 immagini sono persone speciali che hanno cercato e in molti casi trovato il proprio riscatto attraverso la fotografia. Sono clochard, donne e uomini abituati a essere definiti per difetto: “senza”, senza un impiego, senza una casa, senza un futuro che hanno scoperto che la vita può riservare loro ancora soddisfazioni personali e lavorative. 

mercoledì 17 aprile 2019

Liu Bolin, l'uomo invisibile che accende i riflettori sulle contraddizioni del nostro mondo


Liu Bolin, la performance al Mudec

Ci sono degli animali che hanno sviluppato la capacità di rendersi invisibili agli occhi dei predatori. Altri sfruttano tale abilità per celarsi alle loro prede, sorprendendole poi all’improvviso. Si mimetizzano cioè come forma di difesa o per volontaria strategia di attacco. Poi c’è lo scultore, performer e fotografo cinese Liu Bolin che ha fatto del camouflage un’arte: difficile distinguerlo tra le architetture, le merci, le macerie, i rifiuti e i molteplici scenari del mondo nei quali sceglie di immergersi per diventare cosa tra le cose, per denunciare che tutti i luoghi, tutti gli oggetti, anche i più piccoli, hanno un’anima che li caratterizza e in cui mimetizzarsi, svanire, identificarsi nel Tutto. Ieri, nei depositi del Museo delle Culture di Milano Liu Bolin ha messo in scena la sua ultima performance in vista della mostra «Visible Invisible» prodotta da 24OreCultura che inaugura il 15 maggio 2019 con la curatela di Beatrice Benedetti.
Dopo aver scelto nei giorni scorsi, insieme ai sovraintendenti del Mudec, i preziosi manufatti della collezione permanente che hanno fatto da scenografia alla fotografia finale, ha dipinto insieme ai due assisitenti i suoi vestiti e le scarpe, i capelli e il corpo con un accurato body painting che lo ha perfettamente integrato e nascosto nella scena. Un lavoro lungo e impegnativo che prevede anche una grande preparazione fisica e mentale dovendo rimanere immobile per delle ore. Però poi il risultato è stupefacente: davvero difficile stanare l’artista in filigrana tra la bardatura da cavallo giapponese del periodo Edo, il vaso cinese del 18esimo secolo, le due maschere cerimoniali della Papua-Nuova Guinea e dell’Amazzonia, i pali e lo scudo della Papua Nuova Guinea del XX secolo appartenenti alla cultura Asmat, le coperte argentine del XX secolo. 

mercoledì 3 aprile 2019

Sheela Gowda porta l'India a Milano

C'è un'antica tradizione in India che spinge gli induisti di ogni casta a donare, almeno una volta nella vita, i propri capelli alle divinità in cambio di una risposta alle loro preghiere. E così ogni anno milioni di persone si mettono in cammino, da ogni parte del Paese, per raggiungere i templi del sud negli stati di Tamil Nadu e Andhra Pradesh in cerca di miracoli e buona sorte. Altri indiani li vendono per motivi economici, altri ancora li utilizzano come talismani. Sheela Gowda li adopera per creare opere d' arte. Come quelle esposte da oggi negli enormi spazi del Cubo all' interno del Pirelli Hangar Bicocca. Entrando si ha l' impressione di avere di fronte due gigantesche tele che ricordano il Quadrato Nero dipinto da Malevic nel 1915 e considerato da critici, storici, curatori e artisti come il "punto zero della pittura". Solo da vicino ci si rende conto che si tratta di una corda fatta da capelli intrecciati lunga 15 chilometri.

sabato 30 marzo 2019

Ibrahim Mahama, la sua Arte è un pugno nello stomaco

Spesso le cose diventano evidenti e importanti nel momento stesso in cui vengono nascoste alla vista. Esistono, lo sappiamo, ma tolte al nostro sguardo rivelano tutto il vuoto che lascia il loro non esserci. Ci si accorge di quanto bene si vuole a una persona quando questa è lontana, ci si rammarica per tutte le volte non gli abbiamo prestato attenzione, che non abbiamo approfondito la sua conoscenza. Lo stesso meccanismo può essere applicato agli oggetti e perfino ai monumenti. Come i due caselli daziari di Porta Venezia a Milano.
Ieri mattina chi si è trovato a passare per quel nevralgico crocevia, è rimasto basito: cosa diavolo è successo ai due edifici neoclassici simbolo della città? Chi li ha "impacchettati" con quei sacchi sporchi, scarabocchiati e strappati? Ma soprattutto perché tutto questo degrado? La maggior parte di turisti e milanesi a tutto hanno pensato tranne che quella fosse un'opera di "land art" come quelle di Christo. C'è chi ha pensato ad un'occupazione da parte dei migranti. C'è chi ha pensato a un imminente restauro: che quei teloni servano a coprire il cantiere. Altri hanno creduto che fosse il set cinematografico di un film ambientato in qualche favela, alcuni hanno immaginato una spettacolare sorpresa nascosta nel loro interno.
Niente di tutto questo. Entrando nel primo casello "impacchettato" si scopre - c'è tanto di cartello - che quello è uno degli interventi su scala urbanistica di Ibrahim Mahama in occasione dell' Art Week e della Settimana del Design (dall'1 al 14 aprile).

venerdì 1 marzo 2019

Architettura e design dalla parte della Natura #Triennale


La nazione delle Piante
La comunità internazionale del design e dell’architettura si interroga su come ricostruire il rapporto, ormai “strappato”, dell’uomo con la natura. E lo fa con una delle sue manifestazio-ni più importanti: la Triennale di Milano. La XXII edizione dell’Esposizione Internazionale che inaugura oggi si chiama infatti «Broken Nature» e propone approcci creativi che mirano a correggere il corso autodistruttivo dell’umanità. A firmarla come curatrice è Paola Antonelli che arriva dal Moma di New York ingaggiata dal presidente di Triennale Stefano Boeri per coordinare questa importante manifestazione che, riprendendo la tradizione della Triennale, la connette ad uno dei grandi temi della nostra contemporaneità: come possiamo restituire alla natura quanto in questi secoli le è stato sottratto?

lunedì 25 febbraio 2019

Giorgio Andreotta Calò ha portato il mare a Milano

Meduse
Dopo essersi inabbissato, il piroscafo "Città di Milano" riemerge dalle profondità marine con un carico di sculture enigmatiche. Sono le opere di Giorgio Andreotta Calò (ha rappresentato l'Italia all'ultima Biennale di Venezia con la spettacolare installazione all'Arsenale "La fine del mondo") che hanno "invaso" i 1400 metri quadrati dello Shed del PirelliHangar Bicocca a Milano per raccontare vicende dimenticate in una stimolante trama di rimandi. A cominciare dal titolo scelto per la mostra Città di Milano che è il nome del piroscafo della Pirelli che il 16 giugno del 1919, urtando in una secca, colò a picco al largo di Filicudi dopo 32 anni di campagne fra posa e riparazione di cavi telegrafici sottomarini tra le isole italiane, il Mar Rosso, lo Stretto di Gibilterra, le Baleari, il Marocco, la Libia, l'Oceano Indiano, le guerre (come quella italo-turca quando dovette andare ai Dardanelli a tagliar cavi sotto il fuoco delle batterie nemiche) e la riparazione di quelli spazzati via dalle onde del maremoto a Messina.

lunedì 17 dicembre 2018

L'uomo e tutti gli animali: l'arca di Noè di McCurry

Da oltre trent'anni Steve McCurry racconta con le sue incredibili fotografie scattate in ogni angolo della Terra l'uomo con il suo bagaglio di esperienze, con la storia della sua comunità e delle tradizioni che vanno scomparendo, con i suoi conflitti, i drammi e le speranze. Ora lo sguardo del maestro si sofferma sugli animali. Animals è infatti il nome del progetto che debutta in anteprima mondiale con la mostra che inaugura oggi (16 dicembre 2018) al Mudec di Milano in occasione dell'apertura della nuova sezione Photo del Museo. Animali come il cane immortalato con il suo portamento fiero legato dietro a una bicicletta sgangherata in uno scenario che parla di guerra e di miseria. Siamo a Kabul, in Afghanistan, nel 2002, è un sabato: perché mai un cane Kuchi, una delle razze più coraggiose del pianeta, misto esplosivo di ferocia e amore assoluto per i padroni, perfettamente sano, è trasportato su una bici? Steve McCurry non risponde alla domanda, lascia il finale sospeso: di certo c'è che fino a quando c'erano i talebani in Afghanistan i combattimenti tra cani erano fuorilegge, oggi purtroppo, nonostante l'allarme internazionale, sono tornati a diffondersi e il cane è diretto al peggiore dei ring possibili.

domenica 28 ottobre 2018

Giulio Paolini e la ricerca del Bello ideale (l'arte concettuale è più semplice di quel che appare)

Giulio Paolini e le sue fonti di ispirazione. La mostra del Bello ideale appena inaugurata alla Fondazione Carriero di Milano illustra il percorso introspettivo del maestro, indiscusso pioniere dell’arte concettuale, interrogandosi se questo oissa essere costituito da un'unica opera continua, una costante variazione originata dal suo primo lavoro Disegno Geometrico del 1960 con la squadratura a inchiostro della superficie di una tela dipinta a tempera bianca. Questo gesto preliminare di qualsiasi rappresentazione rimarrà il punto di “eterno ritorno” dell'universo di pensiero paoliniano: momento topico e istante originario che rivela l'artista a se stesso, rappresenta il fondamento concettuale di tutto il suo lavoro futuro.

giovedì 25 ottobre 2018

La "città irreale" di Mario Merz diventa realtà dopo 50 anni #Igloos


La “città irreale” di Mario Merz è diventata realtà. Ci si può camminare e ci si può perdere: tanto c’è da vedere, tanti sono i messaggi da cogliere. Una passeggiata in solitaria sarebbe il massimo, ha suggerito la figlia Beatrice presidente della Fondazione Merz. E in effetti camminando senza fretta attorno ai trenta igloo sistemati nelle Navate e nel Cubo del Pirelli HangarBicocca i pensieri sono davvero molti: quelle strutture architettoniche sferiche delimitano uno spazio, un territorio ma nello stesso tempo offrono allo sguardo del visitatore l’interno; la forma è la stessa per tutti, ma ognuna di quelle “capanne” è unica come l’essere umano; ci si può girare attorno percependo il moto circolare del tempo; è un “ventre”, diceva Merz, dal quale possono nascere delle cose. 

giovedì 18 ottobre 2018

Quel rivoluzionario di Picasso che si ispirava all'antico

Anche l’antico un tempo è stato moderno. Lo sa bene il rivoluzionario Pablo Picasso distruttore del Bello canonico. Proprio in quell’antico il maestro spagnolo scoprì le forme adatte alla metamorfosi dei codici della pratica artistica accademica che lo portarono nel 1907 a inventare le Demoiselles d’Avignon, opera riconosciuta come il manifesto di una nuova estetica. Le radici, il passato sono gli elementi ricorrenti e costanti della sua poetica e del suo fare artistico: ha assorbito e fatto suo il mondo antico, quello del Mediterraneo, di Grecia, Spagna, Italia, Cicladi e Cipro. Ha indagato miti e mitologia; ha reinterpretato divinità, fauni, satiri, ninfe e menadi dando loro dolore, gioia e vita. Egli stesso è entrato nell’Olimpo nelle vesti di Pan dopo essere stato Zeus.

giovedì 11 ottobre 2018

Così Leonardo da Vinci preparò l'Ultima Cena

L'Ultima Cena di Leonardo da Vinci oggi risulta un'immagine così familiare che quasi viene data per scontata. Invece entrare nel Refettorio del Convento Domenicano di Santa Maria delle Grazie a Milano e trovarsi davanti a quel dipinto, alla sua profonda vulnerabilità e al suo giganteggiare sempre più sulle proprie disgrazie (a cinquant'anni dalla realizzazione Giorgio Vasari notava come fosse diventato una macchia indistinta di colori a causa dell'umidità; sfuggì miracolosamente alla distruzione di gran parte del convento e dello stesso Refettorio durante la Seconda Guerra Mondiale; poi sopravvisse alle condizioni proibitive cui fu abbandonato per mesi prima di essere messo in sicurezza) è un'esperienza quasi mistica. Nella penombra in cui viene conservata la grandiosa opera sembra possibile vedere Leonardo al lavoro, mentre prepara la parete con due strati di calcina fresca e si prepara ad usare tempera e olio di lino come se stesse realizzando un piccolo dipinto su tavola. E intorno a lui i disegni preparatori, gli studi dei particolari, gli schizzi della composizione.
Oggi quei preziosissimi fogli sono ritornati nel Refettorio di Santa Maria delle Grazie e l'emozione di vederli "dialogare" con l'opera finita è grande.


sabato 21 luglio 2018

Agostino Bonalumi e la sua arte flessibile

Struttura modulare bianca 1970
Un cartello posto all’ingresso avverte il visitatore: «Questa mostra è dedicata a Luca Lovati». Non poteva essere altrimenti e Agostino Bonalumi (1935-2013) a cui è dedicata la bella antologica che inaugura oggi a Palazzo Reale sarebbe stato assolutamente d’accordo: il nome del suo storico assistente - morto lunedì scorso cadendo da una scala mentre allestiva la mostra - accostato al suo dà la possibilità a chi si sofferma davanti alle sue incredibili opere di capire il grande lavoro che c’era dietro.

John Bock, l'artista serial killer che ti invita sulla scena del crimine


Il teatro dell’assurdo firmato da John Bock va in scena negli spazi del Podium della Fondazione Prada a Milano. Assurdo e caotico lo definirebbe chi si trova per la prima volta davanti alle opere (si possono chiamare così?) dell’artista tedesco noto per le performance che lui chiama «lectures» (parodie di presentazioni accademiche che si svolgono in ambienti allestiti con oggetti di uso quotidiano, materiali trovati e di scarto, mobili e altri elementi disposti a formare universi illogici, in cui i visitatori sono invitati a partecipare). A prima vista tutto ciò appare senza senso, ma in realtà il lavoro di Bock è sempre molto lucido e rigoroso: attraverso un personalissimo collage, supera e reinventa i tradizionali confini della storia dell’arte vampirizzando i generi, con la conseguenza che dipanare il bene e il male diventa impossibile impossibile.