L'
Ultima Cena di
Leonardo da Vinci oggi risulta un'immagine così familiare che quasi viene data per scontata. Invece entrare nel Refettorio del Convento Domenicano di
Santa Maria delle Grazie a Milano e trovarsi davanti a quel dipinto, alla sua profonda vulnerabilità e al suo giganteggiare sempre più sulle proprie disgrazie (a cinquant'anni dalla realizzazione Giorgio Vasari notava come fosse diventato una macchia indistinta di colori a causa dell'umidità; sfuggì miracolosamente alla distruzione di gran parte del convento e dello stesso Refettorio durante la Seconda Guerra Mondiale; poi sopravvisse alle condizioni proibitive cui fu abbandonato per mesi prima di essere messo in sicurezza) è un'esperienza quasi mistica. Nella penombra in cui viene conservata la grandiosa opera sembra possibile vedere Leonardo al lavoro, mentre prepara la parete con due strati di calcina fresca e si prepara ad usare tempera e olio di lino come se stesse realizzando un piccolo dipinto su tavola. E intorno a lui i disegni preparatori, gli studi dei particolari, gli schizzi della composizione.
Oggi quei preziosissimi fogli sono ritornati nel Refettorio di Santa Maria delle Grazie e l'emozione di vederli "dialogare" con l'opera finita è grande.