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| Chantal Joffe "Self Portrait Pregnant" (2004) |
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lunedì 24 febbraio 2020
Donne in gravidanza, il pudore degli artisti nel ritrarre il pancione
venerdì 29 giugno 2018
Faccia al muro: i "lati b" delle tele raccontanto un'altra storia dell'arte
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| L'opera di Gijsbrechts (1670-75) |
Tra il 1670 e il 1675, il pittore Cornelius Norbertus
Gijsbrechts dipinge a olio per la prima volta nella storia dell’arte qualcosa
che mai era stato ritenuto degno di essere raffigurato. Non una scena
religiosa, non il ritratto di un nobile committente, non un interno, non un
paesaggio e nemmeno una natura morta: lui sceglie di raffigurare il retro di un
dipinto sul davanti di una tela. Lo fa nei mimimi particolari avendo cura di
riprodurre le venature del legno sul telaio, creando zone d’ombra che
naturalmente si sarebbero prodotte dallo spessore delle assi. Non solo: rifà la
fitta connessione tra trama e ordito della tela, i chiodi nei minimi dettagli e
perfino un piccolo cartellino d’inventario solo parzialmente attaccato alla
superfici.
Si tratta decisamente di un’opera fuori dall’ordinario per
la pittura dell’epoca non solo perchè è libera da ogni contestualizzazione ma
anche perchè diventa un particolare «trompe-l’oeil» che non inganna l’occhio
con un’immagine ma con ciò che ci dovrebbe essere dietro l’immagine innescando
così una meditazione sul concetto di «non visibilità» che innalza l’oggetto
ritratto alla dignità di protagonista.
La scelta trasgressiva del soggetto rappresenta inoltre la
prima manifestazione assoluta e integrale di un gesto autoriflessivo della
pittura, un iniziale ed eversivo tentativo di pensare all’arte come a un medium
che pensa a se stesso e alle sue strutture nascoste generando così un nuovo
linguaggio.
mercoledì 4 aprile 2018
Così Hemingway impedì a Wright di costruire a Venezia
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| "Fallingwater" di Frank Lloyd Wright |
mercoledì 21 febbraio 2018
Dürer, il maestro del Rinascimento che inventò il copyright
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| Dürer, Melancholia |
martedì 31 ottobre 2017
Take Me (I'm Yours): la mostra che rompe i tabù sulle opere d'arte
«Prendimi. Sono tuo». Non succede mai che visitando una
mostra lo spettatore venga invitato a portarsi via gratuitamente un'opera
d'arte. Né tanto meno a manometterla o crearne di nuove. E invece al Pirelli
Hangar Bicocca dove inaugura oggi la mostra collettiva “Take Me (I'm Yours)” sì
può fare. Anzi si deve, perché al visitatore viene chiesto di fare tutto quello
che di norma è vietato in un museo: toccare, modificare, comprare,
lasciare, scambiare e in molti casi portare via i lavori esposti, scardinando
il “mito” dell'unicità dell'opera e mettendo in discussione i suoi modi di
produzione. Da Yoko Ono a Francesco Vezzoli, da Maurizio Cattelan a Gianfranco
Baruchello, da Ugo La Pietra a Luigi Ontani e Giorgio Andreotta Calò (tanto per
citarne alcuni): 56 artisti hanno accettato di far parte del progetto ideato
agli inizi degli anni Novanta da Hans Ulrich Olbrist e Christian Boltanski che
ha come obiettivo quello di rompere i tabù legati all'arte e ripensare i modi in
cui viene esposta e fruita. «Questa mostra va al di là dei confini dello spazio
espositivo», ha spiegato Obrist. «continua nelle case dei collezionisti, si
modifica ogni volta che un visitatore prende o lascia qualcosa. Questa mostra è
la realizzazione pratica di quanto auspicato da William Morris quando parlava
di “arte per tutti”».
venerdì 27 ottobre 2017
Dalla ligera al bel Renè: Milano e la mala
Il 27, oggi come allora, era giorno di paga e il blindato della Banca Popolare di Milano era carico di soldi più che mai. Alle 9,35 del mattino di quel freddo febbraio del 1958, in via Osoppo a Milano una banda di sette uomini con quattro veicoli rubati, grazie al falso incidente e uno speronamento per bloccare il portavalori, riuscì ad impossessarsi senza sparare nemmeno un colpo di 614 milioni di lire in contanti (pari a duemila anni di stipendio di un operaio dell'epoca). Una rapina perfetta, studiata a tavolino sul modello della "banda dei marsigliesi", che mise in ginocchio la polizia completamente impreparata a un evento di quella portata. «Ci sentivamo padroni di Milano, avevamo addosso una grande spavalderia. In fondo è stato meglio che ci abbiano preso altrimenti chissà dove saremmo arrivati», ha ricordato anni dopo uno dei rapinatori, Luciano De Maria.
mercoledì 18 ottobre 2017
Toulouse-Lautrec, le foto proibite del genio di Montmartre
Toulouse-Lautrec non era un fotografo. Non esiste nulla che attesti che abbia mai posseduto una macchina fotografica, né che abbia mai scattato una fotografia. Eppure quel marchingegno che immortalava volti ed espressioni, gesti e attitudini, quell'invenzione che catapultò la bohème parigina degli anni 1880 nella modernità, fu fondamentale per la sua produzione artistica tanto quanto per il suo ego.Discendente di una nobile ed antichissima famiglia francese, la vita di Henri de Toulouse-Lautrec (1864 -1901) fu segnata nell'adolescenza da due cadute che gli procurarono fratture ad entrambe le ginocchia. Non guarì mai del tutto: le sue gambe smisero di crescere e da adulto, pur non essendo affetto da vero nanismo, rimase alto solo 1,52 metri. «Il nano de la butte», «il genio deforme di Montmartre» lo chiamavano a Parigi e lui non potendo nascondere la sua evidente deformità fisica sfidava i tabù dell'epoca combattendo le ipocrisie e il perbenismo con ironia. Soprattutto verso se stesso. Ecco allora che chiedeva ai suoi amici François Gauzi, Maurice Guibert o Paul Sescau di fotografarlo allestendo lui stesso messe in scene in cui si esibiva con un narcisismo scaturito dalla sua inesauribile immaginazione e dal suo sarcastico senso dell'umorismo. Si travestiva, inventava scenette nelle quali interpretava ruoli e coinvolgeva i suoi soldali in questi giochi e mascheramenti per affermare deliberatamente un certo esibizionismo e mostrare la sua stravaganza.
mercoledì 7 dicembre 2016
I capricci dei veneti
«I pittori e i poeti hanno la
facoltà di inventare qualunque cosa a loro piace». Il vedutista veneziano
Bernardo Bellotto mette questa citazione dell’Ars Poetica di Orazio nel suo autoritratto datato 1764 per
rivendicare, qualora ce ne fosse bisogno, la sua libertà di artista. Ingaggiato dalle
più importanti corti italiane ed europee, il nipote di Canaletto la scrive su
un manifesto affisso su una delle colonne del monumentale portico che fa da
scenografia alla sua celebrazione insieme alle locandine degli spettacoli del
teatro di corte di Dresda: in
una, pittorescamente strappata, si riesce a individuare il titolo dello
spettacolo L’enfant prodigue di Voltaire; sulla colonna più in fondo è annunciato Rodogune di
Corneille, entrambe opere che Bellotto conosceva bene, facendo parte della sua
ricca biblioteca.
mercoledì 5 ottobre 2016
Lo sguardo delle donne sulla storia
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| Le ragazze di Prima Linea Giovanna Borgese, Torino 1981 | ||
I colleghi delle agenzie e dei quotidiani scattavano le loro
foto del processo e tornavano di corsa in redazione. Lei, invece, non avendo
tempi da rispettare, poteva restare fino alla fine e scrutare i volti di quelle
persone rinchiuse dietro le sbarre per cogliere con la sua macchinetta le loro
espressioni di dolore, strafottenza, incoscienza. La foto Le ragazze di
Prima Linea scattata da Giovanna Borgese a Torino nel 1981 è una delle
150 fotografie esposte nella mostra L'altro sguardo che inaugura
oggi 5 ottobre alla Triennale di Milano e che raccoglie i lavori di sessanta
fotografe italiane, di varie generazioni, realizzati nell’arco di
cinquant’anni, dal 1965 al 2015. Foto collezionate con passione e competenza da
Donata Pizzi come «atto politico» e che
fanno il punto sulla storia della fotografia italiana al femminile, ma non
solo.
mercoledì 21 settembre 2016
Lo tsunami del "Mondo Fluttuante" che travolse l'arte occidentale
Un'onda tempestosa che minaccia alcune imbarcazioni. Sullo sfondo il Monte Fuji. È questa l'immagine più famosa del cosiddetto «Mondo Fluttuante» (l'ukiyoe), la cultura giovane e impetuosa che fiorì tra il XVII e il XX secolo nelle città di Edo (oggi Tokyo), Osaka e Kyoto, dedita al godimento di ogni singolo momento, al piacere e al divertimento in ogni sua forma, in contrapposizione all'etica del samurai.
lunedì 1 agosto 2016
Le belle donne di Winogrand, uno schiaffo al maschilismo
Sicure di sé, senza complessi, fiere e decise, fresche e vitali: le donne di Garry Winogrand, protagoniste indiscusse di quegli anni di fermento che investì la società tra gli anni Sessanta e Settanta, sono emblema dell’autodeterminazione. Incuranti di quello che gli altri potrebbero pensare di loro al pari del fotografo che le ha immortalate girano disinvolte per le strade di New York, nei parchi, allo zoo, nei centri commerciali, nei musei, negli aeroporti, si divertono alle feste. Ognuna di loro ha una storia e Garry Winogrand, padre della street photography (influenzato dalla fotografia sociale di Robert Frank e Walker Evans) la racconta utilizzando obiettivi grandangolari che restituiscono allo spettatore uno spazio esterno al soggetto. I dettagli esterni inclusi nella cornice della foto, in questo modo contribuiscono ad accrescere la forza e il significato della donna ritratta.
domenica 26 giugno 2016
Perdersi nelle opere di Escher
Andate a vederla e perdetevi. Se lo scopo di una recensione su una
mostra deve essere quello di scoraggiare o incoraggiare il lettore a
visitarla, questo è un invito esplicito ad acquistare il biglietto per
entrare a Palazzo Reale e immergervi nel fantastico mondo di Escher.
Perdetevi nelle sue oltre 200 opere come fa il ragazzo nella Galleria di Stampe (1957) intento a guardare una stampa in cui è rappresentato il porto de La Valletta nell' isola di Malta, esposta in una galleria. L' immagine (qui a fianco) si ingrandisce sotto i suoi occhi, aumenta le sue dimensioni a tal punto da uscire dalla sua cornice fino a confondersi con il paesaggio esterno alla stampa e alla galleria; la sensazione è quella di essere rinviati dall' interno all' esterno e dall' esterno all' interno, in una specie di moto perpetuo in cui i piani si mescolano e si intersecano tanto da non poter più capire dove finisca l' interno e dove cominci l' esterno, e viceversa. Perdetevi nelle Mani che disegnano (1948), in cui si vedono due mani ognuna della quali disegna l' altra, o nel famoso triangolo impossibile del matematico Roger Penrose, nel nastro di Moebius o nel cubo tenuto in mano dal ragazzo seduto alla base della villa, anch' essa impossibile, nella litografia Belvedere (1958), realizzabile sul foglio ma non nello spazio.
Perdetevi nelle sue oltre 200 opere come fa il ragazzo nella Galleria di Stampe (1957) intento a guardare una stampa in cui è rappresentato il porto de La Valletta nell' isola di Malta, esposta in una galleria. L' immagine (qui a fianco) si ingrandisce sotto i suoi occhi, aumenta le sue dimensioni a tal punto da uscire dalla sua cornice fino a confondersi con il paesaggio esterno alla stampa e alla galleria; la sensazione è quella di essere rinviati dall' interno all' esterno e dall' esterno all' interno, in una specie di moto perpetuo in cui i piani si mescolano e si intersecano tanto da non poter più capire dove finisca l' interno e dove cominci l' esterno, e viceversa. Perdetevi nelle Mani che disegnano (1948), in cui si vedono due mani ognuna della quali disegna l' altra, o nel famoso triangolo impossibile del matematico Roger Penrose, nel nastro di Moebius o nel cubo tenuto in mano dal ragazzo seduto alla base della villa, anch' essa impossibile, nella litografia Belvedere (1958), realizzabile sul foglio ma non nello spazio.
sabato 23 gennaio 2016
Tina Modotti, la nuova rosa
Le Rose (1925), immortalate in tutta l’opulenza dei petali aperti, tentano lo spettatore ad affondarvi il naso per sentirne l’odore e a toccarle per godere della consistenza di velluto. Di fronte alla Madre incinta con bambino in braccio (1929) si può immaginare la fotografa che dopo aver scattato abbia poi aiutato la donna a tenere quel cucciolo paffutello per farla riposare. L’autrice di queste foto è Tina Modotti alla quale Udine, sua città natale, rende omaggio con la raccolta più vasta delle sue opere tratte dai negativi originali.
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