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sabato 2 giugno 2018

Adelita Husni-Bey, l'educazione libertaria diventa arte

Adelita Husni-Bey (Milano, 1985) è un’artista e un’esperta di pedagogia interessata a tematiche che spaziano dall’anarco-collettivismo al teatro, dalla giurisprudenza agli studi  sullo sviluppo urbano che ha lavorato in svariati contesti con attivisti politici, architetti, giuristi, scolari, poeti, attori, urbanisti, fisioterapisti, atleti, insegnanti e studenti, concentrandosi sulla decostruzione della complessità del concetto di collettività. Ha rappresentato l'Italia alla Biennale d'Arte di Venezia del 2017 e venerdì (8 giugno 2018) inaugura una interessante retrospettiva sulla sua eterogenea produzione alla Galleria Civica di Modena, nella sede della Palazzina dei Giardini. "Adunanza", a cura di Diana Baldon e Serena Goldoni, propone infatti gli ultimi dieci anni di lavoro tra video, installazioni, opere pittoriche, serie fotografiche,  disegni e lavori su carta.

domenica 14 maggio 2017

Dal Padiglione Usa il manifesto degli artisti anti-Trump #BiennaleVenezia2017

Mark Bradford & me
Un appello a resistere all’amministrazione Trump, a non rimanere in periferia: dalla Biennale di Venezia, il padiglione statunitense è un manifesto dell’artista californiano Mark Bradford (nella foto mentre chiacchiera con me) contro il nuovo presidente degli Stati Uniti.
Bradford, nato a Los Angeles nel 1961, è stato scelto quest’anno per rappresentare l’arte contemporanea del suo Paese nella 57esima edizione dell'Esposizione internazionale d'arte prima della vittoria del magnate newyorkese nel voto dell’8 novembre. «È stato come se ci mancasse la terra sotto i piedi», racconta dinanzi alla bandiera del suo Paese. Inevitabile non parlare di questo «scossone» nel suo lavoro di artista, anche se ammette che «bisogna accettare l’instabilità: è una tale novità che un artista deve accettare questa specie di crollo, questa sorpresa. E dunque, a suo giudizio, l’artista «non deve rimanere in periferia» rispetto alla nuova amministrazione. «Credo che gli artisti e le persone progressiste debbano fare più di quello che fanno».

Cristi, miraggi e tarocchi: il padiglione Italia è il più bello della Biennale

Giorgio Andreotta Calò
«Sublime è tutto ciò che può destare idee di dolore e di pericolo, ossia tutto ciò che è in un certo senso terribile o che riguarda oggetti terribili, o che agisce in modo analogo al terrore», scriveva nel 1757 Edmund Burke nel suo A Philosophical Inquiry into the Origin of Our Ideas of the Sublime and Beautiful. Per il filosofo irlandese la grandezza in senso spirituale, intellettuale, estetico è suscitata nell' umano sentire da tutto ciò che risulta essere indeterminato, i cui limiti sfuggono alle nostre capacità di rappresentazione e da tutto ciò che risulta essere oscuro o disarmonico. Ecco allora che non si fa fatica a definire «sublime» il padiglione italiano della 57esima edizione della Biennale di Venezia firmato da Cecilia Alemani. Il buio, l' inquietudine, il misticismo accompagnano il visitatore in tutti e duemila metri quadri dello spazio all'Arsenale fino alla fine del percorso che sfocia nel giardino delle Vergini.
Roberto Cuoghi

giovedì 13 aprile 2017

Il Leone d'oro della 57a Biennale alla femminista Carolee Schneemann

"Interior Scroll" 1975
Carolee Schneemann è una delle figure più importanti nell’ambito dello sviluppo della Performance e Body Art. Conosciuta per il suo lavoro sulla sessualità, ha utilizzato il proprio corpo come materia principale della propria arte che si caratterizza per la ricerca nella tradizione visiva riguardante i taboo e il corpo dell'individuo in relazione con i corpi sociali. A lei verrà assegnato il Leone d’Oro alla Carriera della 57. Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia – VIVA ARTE VIVA. La decisione è stata presa dal Cda della Biennale presieduto da Paolo Baratta, su proposta della curatrice della 57ma Biennale, Christine Macel. «Carolee Schneeman è una delle figure più importanti nell’ambito dello sviluppo della Performance e Body Art. È una pioniera della performance femminista dei primi anni ’60 e ha utilizzato il proprio corpo come materia principale della propria arte. Così facendo l’artista concepisce la donna sia come creatrice sia come parte attiva della creazione stessa», ha motivato la scelta Christine Macel.