Chi mi conosce sa quando mi senta in imbarazzo a parlare in pubblico: non lo so fare, non mi sento a mio agio, mi impappino. Domani (19 febbraio) però, grazie al grande affetto che ho per Roberto Dossena e Sara Identici, supererò tutte le mie paure e presenterò il mio libro "Le bombe di Roma" nel loro locale, il BarLume. Per chi non si volesse perdere l'occasione di vedermi diventare rossa, per chi volesse conoscermi o conoscere la storia inedita del 12 dicembre capitolino, per chi volesse scoprire questo delizioso bar, l'appuntamento è in via Via G. Cabrini 7, Sabbioni Crema, alle ore 18.
Ecco più o meno quello che racconterò.
Il 12 dicembre 1969, mentre a Milano si consumava la strage di piazza Fontana, tre bombe scossero la Capitale. Tre ordigni piazzati sull’Altare della Patria e all’interno della Banca Nazionale del Lavoro di via Veneto scoppiarono nelle stesse ore seminando il panico nel centro di Roma. Stesso tipo di esplosivo, stesse dinamiche, stessa vana ricerca degli autori materiali: solo per circostanze fortuite non ci furono vittime, ma gli attentati romani furono altrettanto significativi in quella che fu la strategia delle stragi di Stato. Significativi, ma finora poco conosciuti e studiati.
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sabato 18 febbraio 2017
mercoledì 8 gennaio 2014
Altro che santo! Ecco chi era il commissario Calabresi
Pasquale Valitutti è l'unico testimone vivente della tragica notte
tra il 15 ed il 16 dicembre quando, dopo ore estenuanti di attesa,
seduto dietro la porta dell'ufficio del commissario Calabresi, aspettava
che Pinelli uscisse dalla stanza per essere interrogato. "Saranno
state le 11 e mezzo, grosso modo, in quella stanza succede qualcosa che
io ho sempre descritto nel modo più oggettivo, più serio, scrupoloso,
dei rumori, un trambusto, come una rissa, come se si rovesciassero dei
mobili, delle sedie, delle voci concitate", racconta commosso ancora
oggi. Il racconto che fa Pasquale Valitutti di quella sera è sempre lo
stesso da 44 anni, non è mai cambiato di una virgola: Calabresi era in
quella stanza quando Pinelli si gettò dalla finestra. "Il compagno
Giuseppe Pinelli è stato materialmente assassinato dai signori:
Calabresi, Lograno, Panessa, Muccilli, Mainardi e Caracuta su mandato
degli alti vertici di polizia e governo", ripete Lello. "Se qualcuno si
sente calunniato sporga denuncia e ci si dia la possibilità di un nuovo
processo. Io continuo a chiedere giustizia e verità per il nostro
compagno Giuseppe Pinelli. Si aprano gli armadi, si rimuova il segreto
di Stato sulle stragi e si dica la verità su tutto quel periodo".
venerdì 6 dicembre 2013
12 dicembre 1969, la verità è una sola: fu strage di stato #appuntamenti
Il 12 dicembre 1969 la strage di Piazza Fontana diede l’avvio all'offensiva dello stato per annientare ogni sogno di giustizia sociale e di dignità umana rivendicati e praticati dagli sfruttati nelle lotte del '68 e dell'autunno caldo del '69. L’assassinio dell’anarchico Pino Pinelli, gli arresti degli anarchici Pietro Valpreda, Emilio Bagnoli, Emilio Borghese, Enrico Di Cola, Roberto Gargamelli, Roberto Mander e dei tantissimi altri compagni accusati delle stragi di stato, furono un espediente per creare il panico sociale necessario a favorire svolte autoritarie, ma l’immediata e quotidiana opera di controinformazione degli anarchici e di tutto il movimento, smascherò tempestivamente questo intento.
Le attività di lotta e di denuncia delle connivenze palesi tra servizi segreti e fascisti trasformarono in un boomerang questa offensiva reazionaria.
La strategia della tensione lascia il posto, 44 anni dopo, alla strategia della menzogna.
Come ogni dittatura economica, lo stato “democratico”, riscrive continuamente la storia a proprio uso e consumo, cercando di insabbiare ogni prova delle sue malefatte.
Utilizzando solerti pennivendoli che si reinventano di tanto in tanto improbabili teorie la cui unica caratteristica comune è di accusare, oggi come ieri, gli anarchici.
Contro l’ennesimo tentativo di infangare la nostra memoria, accusiamo, oggi come ieri, lo Stato di strage e assassinio.
Le attività di lotta e di denuncia delle connivenze palesi tra servizi segreti e fascisti trasformarono in un boomerang questa offensiva reazionaria.
La strategia della tensione lascia il posto, 44 anni dopo, alla strategia della menzogna.
Come ogni dittatura economica, lo stato “democratico”, riscrive continuamente la storia a proprio uso e consumo, cercando di insabbiare ogni prova delle sue malefatte.
Utilizzando solerti pennivendoli che si reinventano di tanto in tanto improbabili teorie la cui unica caratteristica comune è di accusare, oggi come ieri, gli anarchici.
Contro l’ennesimo tentativo di infangare la nostra memoria, accusiamo, oggi come ieri, lo Stato di strage e assassinio.
giovedì 21 novembre 2013
#20N Prima di parlare sciacquatevi la bocca: ecco chi è Lello
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| Lello ed io |
giovedì 18 luglio 2013
Imbrattata la targa di Pinelli a Piazza Fontana. Quel marmo non si tocca!
| La targa di Pinelli oltraggiata |
E' di qualche giorno fa, infatti, la decisione di Palazzo Marino di rimettere mano alle targhe commemorative sparse in città. Tra queste quella posta dagli anarchici nel giardino di fronte alla Banca Nazionale dell'Agricoltura dove la bomba fascista del 12 dicembre 1969 fece 17 vittime e ferì 88 persone. Con il voto favorevole del Pd e del centro destra il consiglio comunale ha infatti approvato la proposta della Lega Nord di modificare la grammatica delle targhe toponomastiche che contiene anche l'emendamento del terzopolista Manfredi Palmieri secondo il quale le targhe devono essere corrette anche nei contenuti se portano il nome delle vittime degli episodi di terrorismo. Il Comune di Milano le modificherà, dice il documento approvato, «inserendo nel testo la verità giudiziaria affermata». La cosa non è parsa vera a Riccardo De Corato che già aveva provato senza riuscirci a smantellare la lastra di marmo. Il "fratello d'Italia", non appena l'Aula ha dato il via libera, si è affrettato ad annunciare: «Il Comune rimuoverà la targa apposta dagli anarchici abusivamente nei giardinetti di piazza Fontana dove è scritto che Pinelli fu ucciso. D'Ambrosio accertò che l'anarchico Pinelli non fu ucciso».
Parole le sue che non coincidono con quanto detto da Napolitano il 9 maggio 2009 quando accolse al Quirinale la vedova Licia Pinelli. Forse De Corato non ricorda che il presidente della Repubblica in quell'occasione chiese «rispetto e omaggio per la figura di un innocente, Giuseppe Pinelli, che fu vittima due volte: prima di pesantissimi e infondati sospetti, poi di una improvvisa e assurda fine». E' un peccato che De Corato non sappia che la verità giudiziaria nel caso di Pinelli non coincide con quella storica.
De Corato dovrebbe sapere inoltre, visto il tentativo andato male già una volta, che rimuovere quella targa è pressoché impossibile: potrà sempre esserci qualche imbecille che si divertirà a sporcarla, potrà sempre esserci qualche trombone che annuncerà di volerla toglierla, ma il marmo non si sposterà da lì. Si metta l'anima in pace: la targa degli anarchici a ricordo di Pinelli resterà dov'è a ricevere l'omaggio di chi non dimentica.
Per questo il Ponte della Ghisolfa, il circolo del "ferroviere ucciso innocente nei locali della questura di Milano il 16 dicembre 1969", ha organizzato per il 24 Luglio, alle ore 18, un presidio a piazza Fontana. Verrà ripulita la targa imbrattata a ribadire che quel marmo firmato "dagli studenti e democratici milanesi" non si tocca: continuerà a ricordare la verità. Anche a quelli che la considerano una verità scomoda. (nop)
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