La parola «educare» proviene dal latino «ex ducere» e significa «condurre fuori», ovvero aiutare qualcuno a dare il meglio di sé, a esprimere compiutamente se stesso. Per farlo, ovviamente, bisogna essere capaci: bisogna essere bravi educatori. La scuola pubblica italiana, purtroppo in caduta libera, sta dimostrando ancora una volta che di non essere in grado di educare i nostri ragazzi. Due notizie apparse in questi giorni sulla stampa lo confermano. A Milano, lo storico liceo il Parini ha detto “addio” all’appello all’inizio delle lezioni in favore del badge che gli studenti devono “strisciare” all’ingresso. Una macchina, insomma, controllerà presenze, ritardi e movimenti degli studenti che senza, d’ora in poi, non potranno più entrare a scuola.
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martedì 15 marzo 2016
venerdì 16 gennaio 2015
La storia di Baraa, ha solo 10 anni ed insegna ai profughi
Ho pensato subito a mia figlia Sofia e alla sua poca voglia di andare a scuola quando ho letto la storia di Baraa Antar. Una storia che fa venire i brividi: nonostante le condizioni disumane in cui sono costretti a vivere, l'orrore della guerra, le persecuzioni, i bambini non si arrendano. Vogliono vogliono apprendere, vogliono comunicare, vogliono costruirsi un futuro, vogliono essere liberi.
Baraa ha solo 10 anni, è una piccola profuga siriana e vive con la famiglia nel campo di Ketermaya, nella regione dello Chouf, a sud di Beirut. È qui che tiene le sue lezioni, insegnando agli altri bambini del campo l’alfabeto arabo e perfino la lingua francese. Grazie a lei, i suoi piccoli allievi hanno imparato a salutare, ringraziare e chiedere permesso in francese, ma anche i primi rudimenti della grammatica araba. La "scuola" di Baraa è all’ombra di una pineta nei pressi del campo, la cattedra è un tavolino su cui poggia una piccola lavagna magnetica, mentre i bambini usano delle pietre come seggiole.
«Noi non pensiamo solo a giocare, ma anche a imparare», ha detto Baraa in un’intervista alla tv satellitare ’al-Arabiyà. «Ci sono bambini piccoli che stanno imparando ’alef, ba, tà...», ha continuato, con riferimento alle prime lettere dell’alfabeto arabo. Quanto al francese, Baraa stessa lo sta imparando nelle scuole di altri campi profughi: «Appena imparo qualcosa di nuovo, lo insegno agli altri bambini», racconta la piccola maestra, mentre i suoi alunni ripetono in coro: «Bonjour... comment ca va... merci...».
Baraa ha solo 10 anni, è una piccola profuga siriana e vive con la famiglia nel campo di Ketermaya, nella regione dello Chouf, a sud di Beirut. È qui che tiene le sue lezioni, insegnando agli altri bambini del campo l’alfabeto arabo e perfino la lingua francese. Grazie a lei, i suoi piccoli allievi hanno imparato a salutare, ringraziare e chiedere permesso in francese, ma anche i primi rudimenti della grammatica araba. La "scuola" di Baraa è all’ombra di una pineta nei pressi del campo, la cattedra è un tavolino su cui poggia una piccola lavagna magnetica, mentre i bambini usano delle pietre come seggiole.
«Noi non pensiamo solo a giocare, ma anche a imparare», ha detto Baraa in un’intervista alla tv satellitare ’al-Arabiyà. «Ci sono bambini piccoli che stanno imparando ’alef, ba, tà...», ha continuato, con riferimento alle prime lettere dell’alfabeto arabo. Quanto al francese, Baraa stessa lo sta imparando nelle scuole di altri campi profughi: «Appena imparo qualcosa di nuovo, lo insegno agli altri bambini», racconta la piccola maestra, mentre i suoi alunni ripetono in coro: «Bonjour... comment ca va... merci...».
venerdì 20 giugno 2014
In attesa che lo Stato esamini mia figlia e mi dica se è indottrinata bene
Oggi lo Stato esaminerà mia figlia: tra un paio d'ore saprò se è stata indottrinata "bene" e se è meritevole o meno di continuare a studiare. A giudicarla sarà un rappresentante delle Istituzioni, il membro esterno, e quei professori che per tre anni le hanno imposto dei comportamenti in base a criteri alquanto discutibili, le hanno detto come poteva o non poteva vestirsi, con chi poteva o non poteva parlare, hanno fatto in modo che studiasse in base a programmi scritti al ministero, hanno mortificato i suoi interessi senza minimamente tenere in considerazione le sue necessità (conoscitive, pratiche), senza darle la possibilità di discutere se quello era per lei il miglior modo possibile per crescere e conoscere, se quello che le stavano imponendo di imparare la aiutasse nel suo sviluppo creativo, culturale, psichico di ragazzina "libera".
martedì 17 settembre 2013
#Pedibus: a Garbatella i bambini vanno a scuola da soli
"Siamo gatti... a scuola andiamo da soli" era il titolo del progetto dell' XI Municipio per i bambini della Garbatella per stimolare l'autonomia dei più piccoli, il loro senso di orientamento e di organizzazione. Furono gli stessi bimbi nel 2005 a disegnare sui marciapiedi del quartiere le impronte bianche (all'andata) e gialle (al ritorno) che devono seguire per raggiungere la loro meta. Sono passati otto anni e quelle impronte, seppur un po' scolorite, ci sono ancora. E sono tanti i ragazzini che sono cresciuti seguendo tutte le mattine con zaino in spalla, a gruppetti, quelle forme colorate.
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