Primi anni Cinquanta. Seduti sul marciapiede davanti a un bar del Greenwich Village di New York, due artisti visibilmente ubriachi, bevono dalla stessa bottiglia. Si scambiano ad alta voce complimenti del tipo: «Sei tu il più grande pittore d’America», diceva uno. «No, no sei tu il più grande pittore d’America», risponde l’altro. Il teatrino va avanti fino a quando uno dei due perde i sensi. Era Jackson Pollock . L’altro era Willem de Kooning.
Erano amici. Ma per loro la “grandezza” era un’autentica ossessione, era la lotta per trovare un posto di rilievo sul mercato, per chi riusciva a spingersi più in là nella sperimentazione artistica. Così, benché si stimassero e nutrissero sentimenti di affetto, erano “rivali”. Successe che Pollock, rispetto all’immigrato De Kooning, venne usato dal potere come prova del vero talento americano rispetto ai geni soffocati dalla censura del blocco sovietico; successe che De Kooning – che non riusciva a trovare una netta separazione tra linguaggio astratto e figurativo - fosse geloso del fatto che Pollock era diventato famoso facendo sgocciolare dal pennello che muoveva in aria disegnando nello spazio vuoto la vernice sulla tela appoggiata sul pavimento. Pollock lo derideva e De Kooning soffriva. Alla fine, quando nel 1956 Jackson guidando ubriaco perse il controllo della sua Oldsmobile, si schiantò contro due alberi e morì sul colpo, De Kooning esclamò: «È morto. È finita. Sono io il numero uno». A meno di un anno dal funerale, De Kooning iniziò una relazione con la ragazza dell’amico-nemico, l’unica sopravvissuta a quell’incidente, e ne fece la sua compagna di vita.
Visualizzazione post con etichetta utet. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta utet. Mostra tutti i post
martedì 21 marzo 2017
mercoledì 25 gennaio 2017
Come capire se una città è davvero bella
C'è Milano e non Roma; c'è Voghera e non Venezia. Ci sono Cosenza, Mosca, Bruxelles e non ci sono Siena, Barcellona o San Francisco. Marco Romano - professore di Estetica in diversi atenei, membro del Consiglio superiore del ministero dei Beni Culturali, nonché direttore della rivista Urbanistica - nel suo ultimo libro "Le belle città" ne ha selezionate cinquanta considerandole opere d'arte a tutti gli effetti. Il criterio di questa scelta - che a primo acchito parrebbe azzardata - parte dal fatto che le città, tutte le città, sono l'esito di una riconoscibile intenzione estetica. Per afferrarla, non basta disporsi in contemplazione delle carte antiche o dei palazzi come davanti a un quadro, occorre invece praticare l'arte di camminare passo passo e soprattutto di vedere - non guardare soltanto - ogni strada e ogni piazza. La guida turistica chiusa nello zaino, lo sguardo verso l'alto, il viaggiatore dovrà farsi condurre dalle sue sensazioni, da ciò che attrae il suo occhio. Un occhio che, come spiega Marco Romano, va nutrito con la curiosità e allenato con lo studio, perché l'estetica della città è una disciplina consolidata e rigorosa, che non differisce in niente dalla valutazione di qualsiasi opera in ogni altro campo della critica d'arte.
Iscriviti a:
Post (Atom)
