mercoledì 9 agosto 2017

Aiuto! Chi non ha un profilo social verrà giustiziato



Piazzale Flaminio, appena fuori le Mura Aureliane e a pochi metri da Piazza del Popolo, è uno dei punti nevralgici di Roma. Da lì passano i turisti diretti a Villa Borghese, alla Terrazza del Pincio, alla Chiesa di Santa Maria del Popolo e al famoso Tridente costituito da via del Corso, via di Ripetta e via del Babuino. Da lì i romani prendono la metropolitana e i bus che li portano in ogni dove. Ebbene, in questo crocevia, il 30 maggio 2095, si consumerà una terribile esecuzione di massa. Lo dice senza mezzi termini una targa commemorativa in alluminio inciso che fa bella mostra di sé da alcune settimane: «In questo luogo furono brutalmente giustiziati ventidue giovani rei di non possedere un profilo social, puniti come apolidi digitali», si legge.

mercoledì 12 luglio 2017

Manu Invisible: «Oltraggio civico è il cemento fine a se stesso. I graffiti sono gesto di presenza umana e civiltà»


È stato denunciato, ha subìto diversi processi  fino a che la Corte di Cassazione lo ha prosciolto definitivamente da ogni accusa sostenendo che i suoi graffiti non sono “imbrattamento”, ma arte. E reputato uno dei più significativi writers italiani, è volato a Londra, chiamato dall'agenzia inglese Global Street Art che lo ha scelto per un intervento a Camden Town in vista dell'uscita ufficiale dell'Inghilterra dall’Unione Europea, per realizzare su una superficie di 90metri quadri il suo “Influence”. Un’opera che rappresenta la condizione politica dell'Europa che in questo periodo di grandi cambiamenti, è appunto “influenzata”  in modo incessante. Lui è Manu Invisible, lo street artist senza volto che da oltre quindici anni lascia le sue opere sui muri di mezza Europa. Con il suo vestito nero sporco di pittura e la maschera nero lucido dalle forme taglienti, ispirata alla geometria e alla notte non si ferma mai.

giovedì 22 giugno 2017

La svolta Lgbtq del Museo Prado

Un neonato accudito amorevolmente da quelli che sembrano due papà. No, non è il manifesto di qualche associazione arcobaleno. È un dipinto del 1631 di José De Ribera nel quale è ritratta una famiglia dell'epoca: c'è Maddalena Ventura - dalla corporatura massiccia e con il volto dai lineamenti maschili completamente ricoperto di barba - il marito e suo figlio che viene allattato al seno. Solo da questo particolare, una bella mammella nuda e turgida (oltre che dai tipici utensili di uso domestico come il fuso, l'arcolaio e la lana poggiati sui blocchi di pietra sulla destra) si capisce che è una donna.
Lo stesso può dirsi de La barbuda de Peñaranda di Juan Sanchez Cotán. L'artista, nel 1590, ha rappresentato una persona con una folta barba e una calvizie avanzata. Sembra un uomo, e invece si tratta di tal Brigida del Río, una cinquantenne che finì tra le Emblemas morales (1610) di Sebastián de Covarrubias: «Sono maschio, sono donna, sono un terzo / che non è uno, né un altro, né è chiaro \. Mi ritengono sinistro e male presagio / noti ognuno che mi ha guardato / che è altro io, se vive effeminato», scriveva a proposito di Brigida.
Nelle due signore barbute ci si imbatte percorrendo l'inedito percorso organizzato dal Museo Prado di Madrid nella sua collezione permanente in occasione del Word Pride, che si festeggia in Spagna da domani: trenta capolavori che obbligano i visitatori a guardare con altri occhi e a "normalizzare" le identità sessuali meno convenzionali.

domenica 18 giugno 2017

Quanto horror nei quadri di Hopper!



Room in NY (1936)
Una signora sola in un bar. Il diner più famoso d'America, con la sua vetrata piena di luce contro il buio della notte. Una sigaretta fumata di fronte a una finestra aperta, lasciando che il sole penetri nelle ossa. Una coppia separata da una noia invincibile. Un cinema mezzo vuoto dove una donna aspetta l'uomo che ama. Sono tutte descrizioni di celebri dipinti di Edward Hopper, uno dei più conosciuti pittori del '900 che con apparente semplicità di linee e colori ha saputo raccontare il lato oscuro del sogno americano. Opere caratterizzate da un sofisticato gioco di luci fredde, taglienti, volutamente artificiali, e dalla drammatica incomunicabilità tra i soggetti rappresentati. La direzione dei loro sguardi e i loro atteggiamenti narrano qualcosa che lo spettatore non vede. Scene silenziose, capaci però di evocare spunti per immaginare storie.

venerdì 2 giugno 2017

Da Duchamp a Cattelan: l'arte nel cesso

L'arte contemporanea travolge anche Cannes. La Palma d'oro del festival è stata assegnata infatti al provocatorio The square del regista svedese Ruben Östlund: un film che fa il ritratto della società in cui viviamo, con tutte le ingiustizie e le contraddizioni del nostro mondo (c'è la forbice socio-economica che taglia in due le fasce della popolazione, c'è la cialtroneria e l'immaturità della classe dirigente) attraverso la storia di Christian, il curatore di un museo di arte contemporanea, un uomo generoso solo quando ha il proprio tornaconto o quando gli gira bene, che predica bene e razzola male, alle prese con le sue idee creative nel segno dell' evento, della sorpresa.