mercoledì 15 novembre 2017

Outsiders: gli artisti che la vita prese a calci in culo

Anita Berber
«La baronessa non è una futurista: lei è il futuro», disse Marcel Duchamp a proposito di Elsa von Frenytag-Loringhoven. E aveva ragione. Nata povera nel 1874 a Swinemunde (città sul Mar Baltico della Pomerania), divenuta nobile ma morta in miseria nel 1927 in circostanze mai chiarite, Elsa è stata un'artista che ha anticipato di mezzo secolo mode e tendenze. Tre matrimoni e molti colpi di scena alle spalle, bisessuale, sempre eccentrica nel modo di presentarsi (come quando si rasava il cranio o si adornava con oggetti pescati nei cassonetti della spazzatura), affetta da incurabile cleptomania, era conosciuta al tempo per le performance che metteva in scena - seminuda o vestita di lattine - nei luoghi più inconsueti, fra cui bettole mal frequentate o strade e piazze newyorkesi. Ma anche perché recuperava cose dai bidoni dell'immondizia e li usava per assemblaggi, sculture, pitture trasformando i rifiuti in opere d'arte. Il suo nome era noto pure per le poesie, alcune di esse dedicate al folle e non ricambiato amore di quella stagione, quello per il dada Duchamp al quale suggerì perfino l'idea del suo rivoluzionario orinatoio (Fountain) del 1917. Di lei, oggi, non si ricorda quasi più nessuno.

martedì 31 ottobre 2017

Take Me (I'm Yours): la mostra che rompe i tabù sulle opere d'arte



«Prendimi. Sono tuo». Non succede mai che visitando una mostra lo spettatore venga invitato a portarsi via gratuitamente un'opera d'arte. Né tanto meno a manometterla o crearne di nuove. E invece al Pirelli Hangar Bicocca dove inaugura oggi la mostra collettiva “Take Me (I'm Yours)” sì può fare. Anzi si deve, perché al visitatore viene chiesto di fare tutto quello che di norma è vietato in un museo: toccare, modificare, comprare, lasciare, scambiare e in molti casi portare via i lavori esposti, scardinando il “mito” dell'unicità dell'opera e mettendo in discussione i suoi modi di produzione. Da Yoko Ono a Francesco Vezzoli, da Maurizio Cattelan a Gianfranco Baruchello, da Ugo La Pietra a Luigi Ontani e Giorgio Andreotta Calò (tanto per citarne alcuni): 56 artisti hanno accettato di far parte del progetto ideato agli inizi degli anni Novanta da Hans Ulrich Olbrist e Christian Boltanski che ha come obiettivo quello di rompere i tabù legati all'arte e ripensare i modi in cui viene esposta e fruita. «Questa mostra va al di là dei confini dello spazio espositivo», ha spiegato Obrist. «continua nelle case dei collezionisti, si modifica ogni volta che un visitatore prende o lascia qualcosa. Questa mostra è la realizzazione pratica di quanto auspicato da William Morris quando parlava di “arte per tutti”».

venerdì 27 ottobre 2017

Dalla ligera al bel Renè: Milano e la mala

Il 27, oggi come allora, era giorno di paga e il blindato della Banca Popolare di Milano era carico di soldi più che mai. Alle 9,35 del mattino di quel freddo febbraio del 1958, in via Osoppo a Milano una banda di sette uomini con quattro veicoli rubati, grazie al falso incidente e uno speronamento per bloccare il portavalori, riuscì ad impossessarsi senza sparare nemmeno un colpo di 614 milioni di lire in contanti (pari a duemila anni di stipendio di un operaio dell'epoca). Una rapina perfetta, studiata a tavolino sul modello della "banda dei marsigliesi", che mise in ginocchio la polizia completamente impreparata a un evento di quella portata. «Ci sentivamo padroni di Milano, avevamo addosso una grande spavalderia. In fondo è stato meglio che ci abbiano preso altrimenti chissà dove saremmo arrivati», ha ricordato anni dopo uno dei rapinatori, Luciano De Maria.

sabato 21 ottobre 2017

Il bianco e nero di Salgado per raccontare l'inferno

Si sono accampate in galleria Meravigli fin dalle prime ore del mattino e alle 11,30, quando è iniziato l'incontro, ad ascoltare Sebastião Salgado c'erano oltre mille persone. Non ha voluto nessuna conferenza stampa, quello che aveva da dire sulla mostra Kuwait. Un deserto in fiamme che inaugurava alla Galleria Meravigli di Milano il maestro l'ha raccontato alle persone comuni, ai milanesi, giovani e meno, e ai turisti che non potevano lasciarsi sfuggire l'occasione di conoscerlo di persona.
Considerato uno dei più grandi fotografi del mondo, Salgado ha spiegato come l'incendio dei 600 pozzi di petrolio - ad opera dei soldati iracheni nel 1991 per ostacolare l'avanzata della coalizione militare guidata dagli statunitensi durante la Guerra del Golfo - sia stato l'episodio di inquinamento ambientale più grave di tutti i tempi ad opera dell' uomo, paragonabile a una vera e propria guerra. Lui era lì, tra i primi a intuire la reale portata e la gravità della situazione: in un paesaggio infernale che stava letteralmente bruciando davanti ai suoi occhi, iniziò a documentare quel disastro, seguendo l'operato dei vigili del fuoco (all'incontro era presente anche il pompiere Mike Miller che ha raccontanto la sua drammatica esperienza) e dei tecnici specializzati chiamati da tutto il mondo per limitare i danni e arginare le perdite. Nell’aria nera e calda di un cielo oscurato e saturo di anidride carbonica, di fronte a lui si levavano enormi colonne di fiamme e una coltre scura di petrolio copriva il deserto, le persone e le cose.  Il calore raggiunse tali temperature che uno dei suoi obiettivi si deformò. Sfidando il pericolo, lo stordimento, l'inquinamento e le alte temperature, Sebastião Salgado volle catturare i segni della devastazione e il sacrificio di centinaia di uomini.

Il risultato è un pugno nello stomaco: con 34 grandi immagini in bianco e nero esposte per la prima volta a livello internazionale Salgado racconta con luce apocalittica il contrasto dei pozzi in fiamme e la coltre scura di petrolio che copriva il deserto, le persone e le cose. Gli occhi increduli e stanchi dei vigili del fuoco, lo sforzo fisico nel cercare di domare le fiamme, il fumo divagante: nei ricordi e impressioni di Salgado, «era come affrontare la fine del mondo, un mondo intriso di nero e di morte».
La mostra - bellissima e potente - si può visitare fino al 28 gennaio 2018.


mercoledì 18 ottobre 2017

Toulouse-Lautrec, le foto proibite del genio di Montmartre

Toulouse-Lautrec non era un fotografo. Non esiste nulla che attesti che abbia mai posseduto una macchina fotografica, né che abbia mai scattato una fotografia. Eppure quel marchingegno che immortalava volti ed espressioni, gesti e attitudini, quell'invenzione che catapultò la bohème parigina degli anni 1880 nella modernità, fu fondamentale per la sua produzione artistica tanto quanto per il suo ego.
Discendente di una nobile ed antichissima famiglia francese, la vita di Henri de Toulouse-Lautrec (1864 -1901) fu segnata nell'adolescenza da due cadute che gli procurarono fratture ad entrambe le ginocchia. Non guarì mai del tutto: le sue gambe smisero di crescere e da adulto, pur non essendo affetto da vero nanismo, rimase alto solo 1,52 metri. «Il nano de la butte», «il genio deforme di Montmartre» lo chiamavano a Parigi e lui non potendo nascondere la sua evidente deformità fisica sfidava i tabù dell'epoca combattendo le ipocrisie e il perbenismo con ironia. Soprattutto verso se stesso.  Ecco allora che chiedeva ai suoi amici François Gauzi, Maurice Guibert o Paul Sescau di fotografarlo allestendo lui stesso messe in scene in cui si esibiva con un narcisismo scaturito dalla sua inesauribile immaginazione e dal suo sarcastico senso dell'umorismo. Si travestiva, inventava scenette nelle quali interpretava ruoli e coinvolgeva i suoi soldali in questi giochi e mascheramenti per affermare deliberatamente un certo esibizionismo e mostrare la sua stravaganza.