venerdì 29 giugno 2018

Faccia al muro: i "lati b" delle tele raccontanto un'altra storia dell'arte

L'opera di Gijsbrechts (1670-75)

Tra il 1670 e il 1675, il pittore Cornelius Norbertus Gijsbrechts dipinge a olio per la prima volta nella storia dell’arte qualcosa che mai era stato ritenuto degno di essere raffigurato. Non una scena religiosa, non il ritratto di un nobile committente, non un interno, non un paesaggio e nemmeno una natura morta: lui sceglie di raffigurare il retro di un dipinto sul davanti di una tela. Lo fa nei mimimi particolari avendo cura di riprodurre le venature del legno sul telaio, creando zone d’ombra che naturalmente si sarebbero prodotte dallo spessore delle assi. Non solo: rifà la fitta connessione tra trama e ordito della tela, i chiodi nei minimi dettagli e perfino un piccolo cartellino d’inventario solo parzialmente attaccato alla superfici.
Si tratta decisamente di un’opera fuori dall’ordinario per la pittura dell’epoca non solo perchè è libera da ogni contestualizzazione ma anche perchè diventa un particolare «trompe-l’oeil» che non inganna l’occhio con un’immagine ma con ciò che ci dovrebbe essere dietro l’immagine innescando così una meditazione sul concetto di «non visibilità» che innalza l’oggetto ritratto alla dignità di protagonista.
La scelta trasgressiva del soggetto rappresenta inoltre la prima manifestazione assoluta e integrale di un gesto autoriflessivo della pittura, un iniziale ed eversivo tentativo di pensare all’arte come a un medium che pensa a se stesso e alle sue strutture nascoste generando così un nuovo linguaggio.
Partendo da queste considerazioni Chiara Casarin ha ideato e messo su una esposizione incredibile alla Galleria del Museo Civico di Bassano del Grappa.
Fino al 3 settembre i visitatori della mostra Abscondita: segreti svelati delle opere d’arte troveranno ritratti, paesaggi, nature morte, scene sacre e profane girate verso il muro. I protagonisti sini infatti i retri di queste tele che spaziano dal tardo Medioevo al Novecento: c’è il dipinto di Cornelius Norbertus Gijsbrechts, gentilmente concesso in prestito dal Museo Nazionale di Cophenagen ma anche le opere di altri artisti del calibro di Tiepolo, Canova, Hayez, Sironi...
Il crocifisso di Roversi
Ciascuno di questi “retri” racconta e documenta una precisa e affascinante storia, ignota al pubblico che invece conosce bene il fronte. Tele, telai e cornici svelano la loro vera materia ma soprattutto si mostrano supporto di informazioni determinanti per la conoscenza della storia del dipinto, dell’artista e di coloro che nel tempo lo hanno posseduto. Dai chiodi ai telai, dai cartellini delle esposizioni, ai restauri, ai codici di inventario: tutte tracce che rivelano, a chi le sa decriptare, il percorso nel tempo dell’opera. Ma non solo. Sui «lati b» spesso compaiono altri dipinti, schizzi, studi. Come nel raro monocromo di Antonio Canova dietro al quali si trova una sorprendente composizione analoga per  fattura a quella del fronte abitualmente esposto al pubblico; come il Crocifisso dipinto da Pietro Roversi (1936) dietro al Ritratto di vecchio; come lo studio di Antonio Bianchi nella parte posteriore di un ritratto femminile. Poi ci sono i fogli su cui Mario Sironi ha disegnato: quale è il fronte? e quale il retro? Sono tutti incredibili.
Il sonetto per la badessa
Non meno interessante il lato cieco de La beata Giovanna Maria Bonomo (XVIII secolo) dove l’artista Francesco Trivellini compone un sonetto in rima dedicato alla badessa.
La mostra permette al visitatore di superare la soglia del visibile di quanto normalmente è proposto portandolo direttamente nel “backstage” dell’opera. Lì si penetrano mondi ignoti che consentono di leggere la storia dell’arte attraverso la percezione dei segnali, degli indizi. «Se davanti troviamo le invenzioni», spiega la Casarin, «dietro c’è un mondo di inventari».

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